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Aziende sostenibili: conoscerle per capire le leve per attuare con successo il cambiamento

La crescente attenzione verso gli aspetti della sostenibilità economica, ambientale e sociale sta coinvolgendo in modo sempre più diffuso anche le imprese che operano nel tessuto produttivo italiano.

I dati dimostrano come il numero delle aziende sostenibili nel nostro Paese sia in continuo aumento. Secondo una recente ricerca condotta dall’Osservatorio sulla sostenibilità di GoDaddy e Linkiesta, nel 2021 il 28% delle PMI italiane ha integrato gli obiettivi ESG nel proprio modello di business, con un incremento dell’11% rispetto al 2020. Significativa anche la percentuale di grandi imprese che ha adottato pratiche sostenibili, cresciuta dal 76% dell’anno precedente all’attuale 83%.

Uno studio realizzato da SDA Bocconi in collaborazione con Il Sole 24 Ore ha inoltre evidenziato che oltre l’80% delle aziende con fatturato superiore ai 50 milioni di euro ha già avviato programmi concreti per la riduzione delle emissioni, il risparmio energetico e idrico, e la digitalizzazione di processi, anche mediante l’impiego diffuso della fatturazione elettronica.

Tali dati testimoniano quindi una maturazione della sensibilità del tessuto imprenditoriale italiano verso le tematiche ESG e la loro fondamentale integrazione nelle strategie e operatività aziendali al fine di perseguire modelli di crescita sostenibile e duratura nel tempo, in linea con gli obiettivi internazionali di sviluppo sostenibile dell’agenda 2030.

Aziende sostenibili: definizione e principi chiave

L’espressione “azienda sostenibile” si riferisce a una realtà produttiva che, nello svolgimento della propria attività economica, adotta un approccio responsabile e trasparente rispetto ai suoi impatti ambientali e sociali. Le aziende sostenibili integrano i rischi e le opportunità economiche, ambientali e sociali nelle strategie aziendali a lungo termine, nei processi e nelle decisioni quotidiane.

Esse perseguono metodi di produzione e gestione che mirano a un equilibrato bilanciamento degli interessi delle diverse componenti coinvolte, garantendo nel contempo la continuità nel tempo del business. A tal fine, si rileva fondamentale l’adozione di pratiche finalizzate al risparmio energetico e alla riduzione delle emissioni, all’utilizzo razionale delle risorse, alla promozione del benessere dei lavoratori e delle comunità vicine.

Particolare enfasi è posta sulla rendicontazione non finanziaria, attraverso cui le aziende sostenibili monitorano e comunicano i propri impatti in termini di emissioni, sicurezza e diritti dei lavoratori, parità di genere, relazioni con le comunità locali e catena di fornitura. Ciò al fine di garantire trasparenza e responsabilizzazione verso gli stakeholder, tra cui gli investitori che, attratti da questo modello, contribuiscono a indirizzare i capitali verso imprese con strategie sostenibili nel lungo termine, come previsto dai principi fondanti della Finanza sostenibile.

Le aziende sostenibili hanno incorporato i fattori ESG (Environmental, Social, Governance) nel proprio governo d’impresa e processo decisionale considerando anche i target dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Pertanto esse rappresentano oggigiorno un modello d’impresa moderno e responsabile, in grado di creare valore condiviso per gli stakeholder e per la collettività, nonché opportunità di crescita duratura per le realtà economiche che ne adottano i principi.

Aziende sostenibili

Azienda sostenibile: Strategie e best practice per la trasformazione sostenibile dell’impresa

Per intraprendere con successo il percorso di trasformazione sostenibile, le aziende devono dotarsi di strategie efficaci e adottare best practice collaudate.

In primo luogo è fondamentale definire una chiara roadmap per fissare obiettivi ambientali e sociali misurabili nel medio-lungo periodo, allineati agli SDGs e agli accordi internazionali. A tal fine risulta cruciale coinvolgere tutti i dipartimenti aziendali in una pianificazione strategica congiunta, istituendo figure di responsibility manager per ciascuna area ESG.

Particolare attenzione va posta sulla gestione delle risorse energetiche, idriche e delle emissioni, attraverso investimenti in efficienza, energie rinnovabili ed economia circolare. Anche le aziende sostenibili, infatti, necessitano di razionalizzare i consumi e abbattere l’impatto ambientale per mitigare i rischi climatici e di approvvigionamento.

È altrettanto importante promuovere, attraverso formazione e programmi innovativi, un cambiamento culturale che orienti i processi aziendali verso soluzioni a minore impatto e coinvolga tutte le componenti lungo la catena di fornitura. Ciò richiede spesso un aggiornamento delle competenze e la creazione di nuove figure professionali rientranti nella categoria dei cosiddetti Green Jobs.

Fondamentale è infine attivare collaborazioni con le realtà industriali del territorio, le istituzioni locali e la società civile per sviluppare progetti sostenibili condivisi, rafforzare i legami con le comunità e massimizzare i benefici delle azioni intraprese a livello economico, sociale e ambientale.

Prodotti digitali: come venderli e come tenere la fatturazione

I Prodotti digitali ricoprono oggi un ruolo sempre più pervasivo nella vita quotidiana di individui e imprese. Dall’intrattenimento allo smart working, dalla pubblica amministrazione all’e-learning, sono ormai trasversali a tutti i settori.

Questa diffusione capillare ha dato vita a una moltitudine di business basati sullo sviluppo e la commercializzazione di beni e servizi digitali. Tuttavia, per garantire la sostenibilità di tali attività nel tempo è fondamentale scegliere il modello di business più idoneo e applicare correttamente la normativa fiscale italiana.

Uno degli aspetti centrali da considerare riguarda la Fatturazione elettronica, obbligatoria per tutte le imprese italiane, eccetto qualche caso come i soggetti tenuti all’invio dei dati al Sistema Tessera Sanitaria. Per chi vende Prodotti digitali online, è indispensabile saper gestire con accuratezza l’emissione e l’invio telematico delle fatture a ogni transazione. Solo in questo modo è possibile perfezionare correttamente le vendite agli occhi del fisco.

Per massimizzare le potenzialità di business legate ai beni digitali è fondamentale affiancare all’innovazione di prodotto una puntuale conoscenza degli adempimenti amministrativi e contabili, inclusa la fatturazione elettronica.

Prodotti digitali: I principali modelli di business

L’economia digitale ha ormai rivoluzionato numerosi settori e portato alla nascita di nuove tipologie di business basati sui prodotti digitali. Questi ultimi si riferiscono a beni e servizi che possono essere forniti tramite internet in formato elettronico, come file scaricabili, streaming audio/video, software, contenuti digitali ecc.

Uno dei principali modelli di business per la vendita di Prodotti digitali è sicuramente quello Free to Play con monetizzazione in-app/in-game. In questo modello un’applicazione o un videogioco sono resi disponibili gratuitamente per il download, mentre all’interno è possibile effettuare acquisti in-app di oggetti o funzionalità aggiuntive. Un altro modello diffuso nell’economia digitale è il freemium, che prevede la fornitura di servizi/contenuti base gratuiti e opzioni premium a pagamento per funzionalità avanzate.

Altri approcci sono il modello subscription-based, basato su abbonamenti ricorrenti, oppure la vendita diretta one-time di singoli prodotti digitali, come ebook, musica, software. Quest’ultima tipologia è quella adottata per esempio da marketplace digitali come l’App Store di Apple o Google Play Store.

La scelta del modello più idoneo dipende naturalmente dal tipo di prodotto/servizio offerto e dal target di riferimento. L’importante è studiare formule efficaci per massimizzare il ritorno economico derivante dall’Economia digitale.

Prodotti digitali

Vendere prodotti digitali: Gli obblighi fiscali e contabili

Quando si decide di intraprendere l’attività di vendita di Prodotti digitali online, è indispensabile farsi carico degli obblighi fiscali e contabili previsti dalla normativa per chi fa impresa. A differenza dei semplici hobby, infatti, la commercializzazione sistematica di beni e servizi digitali costituisce un’effettiva partita IVA.

Il primo passo è aprire la posizione presso la Camera di Commercio e avviare la partita IVA, indicando il codice ATECO prevalente. Per i prodotti digitali l’aliquota IVA da applicare è generalmente del 22%. È poi necessario emettere regolari fatture per ogni transazione, registrando correttamente i dati nel libro giornale e nel libro IVA. Fondamentale farsi carico dei versamenti periodici nei confronti dell’Erario.

Per chi desidera fare impresa in questo settore, è buona norma servirsi di software di contabilità appositi, in grado di interfacciarsi con i registratori di cassa per semplificare l’emissione di documenti fiscali. Attenzione anche alle norme sulla conservazione della documentazione contabile. Solo rispettando gli adempimenti amministrativi e tributari è possibile massimizzare i profitti e crescere in modo sostenibile nel mercato digitale.

Small business: definizione del modello e guida pratica

Gli small business rappresentano sempre più una componente importante nel panorama economico globale. Secondo gli ultimi dati rilasciati dall’OCSE, il numero di imprese che possono essere classificate come small business, vale a dire con un numero di dipendenti inferiori a 50 unità, è in costante crescita negli ultimi dieci anni in tutti i paesi membri. In particolare, in Italia si stima che le imprese cosiddette small business corrispondano a circa il 95% del tessuto imprenditoriale nazionale e diano lavoro a oltre il 65% degli addetti del settore privato.

Questa tendenza è confermata anche dagli Stati Uniti, paese dove tradizionalmente il modello dello small business ha da sempre rivestito un ruolo primario nella dinamica economica. Secondo gli ultimi dati pubblicati dallo U.S. Small Business Administration Office of Advocacy, nel 2021 le piccole e medie imprese con meno di 500 dipendenti rappresentavano circa il 99,9% di tutte le imprese statunitensi, e nello stesso anno impiegavano 47,1% della forza lavoro privata.

Il modello dello small business risulta inoltre determinante anche a livello di contributo al prodotto interno lordo: in Germania, ad esempio, le piccole e medie imprese contribuiscono per circa il 50% al PIL nazionale secondo quanto riportato dal KfW Bankengruppe.

In sintesi, l’analisi comparata di dati certi e ufficiali raccolti da istituzioni come l’OCSE e l’Eurostat dimostra come gli small business rappresentino ormai un fattore imprescindibile per le economie dei principali paesi sviluppati in termini di occupazione, tessuto sociale e contributo alla ricchezza nazionale.

Small business: Cos’è uno small e quali caratteristiche lo contraddistinguono

Con la locuzione small business, in italiano tradotta come “piccola impresa”, ci si riferisce a un particolare modello imprenditoriale caratterizzato da dimensioni organizzative contenute e da specifiche modalità di gestione.

La categoria degli small business include tutte quelle realtà aziendali che impiegano un numero esiguo di dipendenti, solitamente non superiore a 10 unità, e che presentano un fatturato medio-basso se parametrato a quello delle grandi imprese. Caratteristica distintiva è proprio la dimensione snella della compagine societaria, composta tipicamente dai soci fondatori o da un pool ristretto di collaboratori. Ciò consente flessibilità decisionale e rapidità di esecuzione nelle scelte manageriali.

Gli small business sono diffusi in molti settori, dal commercio ai servizi, e giocano un ruolo determinante nell’economia locale grazie alla capacità di creare nuovi posti di lavoro. Rispetto alle grandi aziende presentano alcuni svantaggi, come minori economie di scala, tuttavia sfruttano al meglio la fatturazione elettronica e le potenzialità del digitale per massimizzare efficienza ed essere competitivi anche a livello sovralocale.

Small business

Come avviare uno small business: Tutorial per avviare con successo uno small business

Avviare con successo uno small business richiede l’adozione di una metodologia strutturata. Ecco i principali step da seguire per impostare correttamente il modello di business:

  1. Analisi di mercato: ricercare le opportunità analizzando i trend di domanda e i possibili canali di vendita/erogazione del servizio. Ciò consente di validare l’idea imprenditoriale.
  2. Piano strategico e operativo: definire obiettivi, strategie commerciali e relative azioni. Necessario prevedere una scalabilità del modello per consentire la crescita progressiva del fatturato.
  3. Studio economico-finanziario: preventivare con accuratezza i costi e i ricavi, programmando le fonti di finanziamento iniziali. Importante dimostrare la sostenibilità del business plan.
  4. Scelta della forma giuridica: valutare se operare come ditta individuale o società (SRL, SRLS) considerando la normativa fiscale e contabile di riferimento.
  5. Gestione fatturazione elettronica: affrontare gli aspetti amministrativi e la corretta emissione/ricezione delle fatture digitali al fine di assolvere agli obblighi di legge.
  6. Marketing e promozione: definire le strategie di promozione e le tecniche pubblicitarie più idonee in base al target, anche attraverso l’uso dei social media.

Applicando con metodo queste linee guida è possibile intraprendere l’attività di small business in modo strutturato e avere maggiori chance di successo nel medio-lungo periodo. Un business pianificato e gestito in maniera oculata riuscirà ad affrontare meglio le inevitabili difficoltà imprenditoriali, adattandosi con flessibilità ai cambiamenti di mercato. Inoltre, grazie a una visione di lungo termine e a obiettivi chiari e misurabili sarà più facile raggiungere la sostenibilità economica ed espandere progressivamente il proprio business.

Fatturazione elettronica 2024: le specifiche tecniche in vigore dal 1° febbraio

Dal 1°febbraio 2024 è importante essere a conoscenza delle novità introdotte per la fatturazione elettronica che entreranno in vigore da tale data. L’Agenzia delle Entrate ha infatti pubblicato le specifiche tecniche per la trasmissione e la ricezione dei file XML delle fatture elettroniche nella nuova versione 1.8, che va a sostituire la precedente 1.7.

Le modifiche apportate, entrando nel dettaglio, riguardano l’introduzione di una nuova codifica facoltativa utile ai produttori agricoli per la gestione automatica dell’IVA, un controllo aggiuntivo per le fatture con dichiarazione d’intento invalidata e alcuni miglioramenti a livello anagrafico e di codifica delle operazioni. È quindi fondamentale che tutti i soggetti emittenti e riceventi fatture elettroniche prendano visione di queste novità, in quanto le regole per la trasmissione e ricezione dei file XML si adegueranno a partire dal 1° febbraio al nuovo tracciato previsto nelle specifiche tecniche 1.8.

I software di fatturazione elettronica dovranno inoltre essere prontamente aggiornati per allinearsi alle nuove disposizioni. Conoscere nel dettaglio queste modifiche introdotte è molto importante per evitare errori ed eventuali scarti delle fatture elettroniche a partire dalla data del 1° febbraio 2024.

Fatturazione elettronica 2024: le principali novità

Con l’introduzione dell’obbligo di fatturazione elettronica esteso a tutti i contribuenti in regime forfettario dal 1° gennaio 2024 e l’entrata in vigore, dal 1° febbraio, della versione 1.8 delle Specifiche Tecniche per la trasmissione e la ricezione delle fatture elettroniche tra privati, si prepara un anno denso di cambiamenti per la Fatturazione elettronica in Italia.

Le nuove Specifiche Tecniche, rilasciate il 12 dicembre 2023 dall’Agenzia delle Entrate, introducono importanti novità per supportare al meglio i produttori agricoli in regime speciale IVA nella gestione automatica della liquidazione dell’imposta, nonché per rendere più stringenti i controlli sulle operazioni documentate con dichiarazione d’intento poi invalidata. Viene inoltre integrata la descrizione dell’IdPaese nei Dati Anagrafici del Cedente/Prestatore e aggiornate le indicazioni per l’utilizzo del codice TD28 per le operazioni svolte tra soggetti identificati in Italia ma non stabiliti sul territorio nazionale.

Con l’estensione dell’obbligo di fatturazione elettronica a tutti i contribuenti minimi e forfettari dal 1° gennaio 2024, si abbandonerà definitivamente la Certificazione Unica a favore della trasmissione telematica delle fatture emesse e ricevute da tali soggetti. Tale novità, unitamente alle specifiche tecniche aggiornate, porterà ad un’ulteriore semplificazione degli adempimenti IVA facendo leva sulle potenzialità della Fatturazione elettronica quale strumento di semplificazione, controllo e tracciabilità delle operazioni effettuate dai soggetti passivi dell’imposta.

Fatturazione elettronica 2024

Fattura elettronica 2024: un approfondimento sull’abbandono della Certificazione Unica

L’estensione dell’obbligo di fatturazione elettronica ai soggetti minimi e forfettari, prevista a partire dal 1° gennaio 2024, determinerà l’abbandono dello strumento della Certificazione Unica (CU) per la gestione degli adempimenti fiscali di tali contribuenti.

Finora, i forfettari e minimi utilizzavano la CU per la dichiarazione integrativa dei redditi percepiti e delle ritenute operate, nonché per l’assolvimento dei relativi obblighi di versamento. Tale documento verrà meno per effetto del nuovo obbligo di fatturazione elettronica esteso a tali categorie di contribuenti.

La trasmissione e conservazione delle sole fatture emesse e ricevute digitalmente, secondo le Specifiche Tecniche definite dall’Agenzia delle Entrate, permetterà infatti agli stessi soggetti di assolvere integralmente agli obblighi dichiarativi e di versamento dell’IVA. Non sarà più necessario, di conseguenza, ricorrere alla CU che risulterà definitivamente superata per minimi e forfettari, i quali dovranno unicamente occuparsi della corretta fatturazione elettronica delle operazioni effettuate.

Tale novità semplificherà quindi gli adempimenti di tali categorie di contribuenti grazie alla dematerializzazione totale dei processi di fatturazione.

Attività che non esistono in Italia: le differenze tra mercato del lavoro italiano e internazionale

Negli ultimi anni, la globalizzazione dei mercati e l’evoluzione di gusti e stili di vita hanno portato all’emergere di nuove professioni e tipologie di impresa in molti Paesi, mentre alcune di esse risultano ancora inadeguatamente rappresentate nel tessuto produttivo italiano. In sostanza sono molte le attività che non esistono in Italia! Secondo dati Istat, nel nostro Paese sono ancora pochissime ad esempio le aziende di videogiochi, pur essendo l’Italia tra i principali mercati a livello globale per l’industria dell’entertainment. Solo l’1,2% del fatturato internazionale del settore proviene da studio di sviluppo italiani (Fonte: AESVI).

Anche le professioni legate alla sharing economy, che dagli Stati Uniti si stanno diffondendo in tutto il mondo, sono poco diffuse in Italia. Gli addetti al car sharing e al bike sharing coprono solo lo 0,3% degli occupati nazionali secondo l’Istat, a fronte di quote ben più elevate in Germania (1,2%), Francia (0,9%) e UK (0,7%).

Analogamente, le figure del digital marketer e del social media manager, ormai basilari in molte imprese estere, sono ancora di nicchia nel nostro tessuto produttivo. L’Osservatorio JobPricing stima che tali profili professionali siano presenti in appena lo 0,05% delle aziende italiane. Questi dati dimostrano come alcune attività emergenti a livello internazionale siano da introdurre e incentivare anche nel nostro Paese per adattare l’economia alle trasformazioni in atto.

Attività che non esistono in Italia: le professioni non presenti nel mondo del lavoro italiano

Il panorama del mercato del lavoro italiano presenta alcune peculiarità rispetto ad altri contesti internazionali, evidenziando l’assenza di determinate figure professionali. Un esempio è rappresentato dai social media manager, che in Italia stanno iniziando a diffondersi solo di recente nonostante il ruolo strategico ricoperto nella promozione del brand aziendale tramite piattaforme digitali. Altra figura ancora poco sviluppata è quella del community manager, specializzato nella gestione e moderazione di comunità online.

Ugualmente sottodimensionata rispetto ad altri paesi risulta la figura del college counselor, ovvero il responsabile del counseling universitario che orienta e supporta gli studenti nella scelta dei percorsi formativi post-diploma. Tale ruolo ricopre un’importanza primaria in sistemi dove il passaggio al livello terziario dell’istruzione è molto più articolato.

Infine, sembrano mancare prospettive di impiego e idee imprenditoriali nell’ambito dello sviluppo di applicazioni per realtà aumentata e virtuale, nonostante le potenzialità di queste tecnologie siano ormai ampiamente riconosciute. Si tratta di alcuni esempi di come la struttura del mercato del lavoro italiano presenti ancora margini di sviluppo per l’inserimento di nuove professioni emergenti a livello internazionale, capaci di generare opportunità occupazionali altamente qualificate.

Attività che non esistono in Italia:

Attività commerciali straniere assenti sul territorio nazionale

Il tessuto commerciale e imprenditoriale italiano presenta ancora alcune significative differenze rispetto ad altri contesti internazionali, evidenziando l’assenza sul territorio nazionale di catene distributive estere particolarmente diffuse a livello globale.

Uno degli esempi più eclatanti è la bassa penetrazione dei grandi discount alimentari come Aldi e Lidl, in forte espansione in Germania, Francia e Spagna ma solo di recente approdati in Italia. Altro caso sono le librerie universitarie statunitensi Barnes & Noble, leader mondiale del settore, che non hanno mai aperto sedi nel nostro Paese.

Ugualmente carente risulta la presenza di fast food come Taco Bell e Wendy’s, popolarissimi negli Stati Uniti ma sconosciuti al pubblico italiano. A differenza di quanto avviene in altre grandi economie, risultano ancora poco diffuse catene specializzate nella vendita diretta di elettrodomestici ed elettronica come la tedesca Saturn.

Le ragioni di tali mancate penetrazioni vanno ricercate in barriere normative, culturali e dimensionali del mercato. Tuttavia, il consolidamento di alcune di queste insegne potrebbe generare nuove opportunità di reddito da lavoro autonomo come franchisee e favorire una concorrenza potenzialmente vantaggiosa per i consumatori.

Sondaggi retribuiti: ecco come guadagnare da casa in modo facile e veloce

I sondaggi retribuiti online sono diventati negli ultimi anni una modalità molto diffusa per ottenere un reddito integrativo. Secondo dati dell’Osservatorio di Porsch e Bwin su comportamenti e abitudini degli italiani, sono oltre 3 milioni le persone che nel nostro Paese ricorrono saltuariamente a questa attività.

Un recente rapporto Istat stima invece che il 3,4% della popolazione tra i 18 e i 74 anni, pari a circa 1,6 milioni di individui, abbia guadagnato soldi rispondendo a questionari nell’ultimo anno. Le entrate medie ricavate ammontano a 370 euro l’anno secondo l’Istat, ma per chi lo pratica assiduamente possono essere anche di importo maggiore.

Anche uno studio di Bva Doxa rileva una crescita del fenomeno, con il numero degli italiani coinvolti che negli ultimi 5 anni è più che raddoppiato, grazie alla diffusione di internet e allo sviluppo di piattaforme sempre più user friendly.

I dati mostrano chiaramente come i sondaggi retribuiti abbiano ormai raggiunto una diffusione trasversale, diventando per molti un’utile integrazione al budget familiare da poche centinaia di euro annui. Un trend destinato presumibilmente ad aumentare nei prossimi anni.

Sondaggi retribuiti: cosa sono e come funzionano

I sondaggi retribuiti costituiscono una delle opzioni quando si cercano modi per guadagnare denaro senza prestazioni lavorative gravose. Questa attività si basa sul compilare questionari online per aziende e istituti di ricerca, al fine di raccogliere dati sulle abitudini e preferenze dei consumatori.

Nel dettaglio, i sondaggi retribuiti funzionano attraverso piattaforme che mettono in contatto chi effettua le indagini con un panel di rispondenti. Questi ultimi si registrano indicando le proprie caratteristiche socio-demografiche, per essere selezionati per questionari inerenti il proprio profilo. Di norma le retribuzioni sono modeste, dell’ordine di qualche centesimo di euro, ma svolgendo le attività nel tempo libero è possibile integrare il reddito senza stravolgere le proprie abitudini.

Naturalmente per guadagnare cifre significative è necessario dedicarvi quotidianamente una certa costanza, accettando un numero sempre maggiore di sondaggi proposti. Le piattaforme serie offrono diversi metodi per ricevere i compensi maturati, come bonifico bancario, ricariche per carte prepagate o sistemi di cash-out verso il proprio conto. Tuttavia, è bene accertarsi preventivamente che i pagamenti siano effettivamente erogati dopo un certo minimo soglia di punti accumulati o euro guadagnati. Alcune truffe promettono compensi che poi non vengono corrisposti. Meglio dunque leggere feedback e recensioni di altri utenti, o testare il servizio guadagnando piccole somme prima di investirci troppo tempo. Con gli accorgimenti del caso, questa resta comunque un’occasione di guadagno accessibile a molti. Rispetto ad altre idee per fare soldi senza lavorare, i sondaggi retribuiti non richiedono competenze specifiche o investimenti iniziali.

Sondaggi retribuiti

Sondaggi retribuiti online: opportunità di guadagno e tipologie disponibili

I sondaggi retribuiti online possono rivelarsi una concreta opportunità per guadagnare soldi extra, svolgendo un’attività di nicchia che ben si concilia con i ritmi della vita contemporanea. Le piattaforme di questo settore mettono a disposizione differenti tipologie di indagini retribuite. Ci sono i classici questionari socio-demografici, ma anche i test sensoriali per aziende alimentari e di cosmesi, le discussioni virtuali in tempo reale su vari temi e i divertenti giochi per guadagnare ricompense.

Alcune survey si completano in pochi minuti, mentre studi più complessi possono assorbire anche mezz’ora, pagando così cifre leggermente superiore. I compensi vanno da pochi centesimi a qualche euro, ma svolgendone sistematicamente diverse al giorno è possibile ricavare entrate extra mensili anche di entità rilevante.

Fattori chiave per incrementare i guadagni sono l’iscrizione a molte piattaforme diverse, la disponibilità a partecipare a diversi format e la costanza nell’accettare tutti i sondaggi proposti, nel rispetto dei tempi personali. Con un po’ di pratica e individuando le survey più remunerative per le proprie caratteristiche, i sondaggi online diventano quindi un’opzione da considerare per integrare il bilancio familiare.

Attività che non conoscono crisi: settori e professioni che garantiscono occupazione in ogni congiuntura   

Le fluttuazioni congiunturali sono variazioni cicliche dell’andamento dell’economia, che attraversa normalmente fasi alternate di espansione e contrazione dell’attività produttiva e dei consumi. Studi e ricercano hanno dimostrato che esistono alcune attività che non conoscono crisi in quanto anticicliche e quindi non soggette alle fluttuazioni congiunturali

Nello specifico, i cicli congiunturali si caratterizzano per:

  • Periodi di crescita economica (fase espansiva), con incremento della produzione industriale e terziaria, lievitazione degli investimenti privati e pubblici, aumento dei livelli occupazionali e di reddito.
  • Fasi recessionali, quando si registra invece un calo generalizzato della domanda aggregata che impatta negativamente su PIL, occupazione e redditi reali.

Tali alti e bassi congiunturali influenzano in modo diseguale settori e professioni. Ad esempio:

  1. Comparti legati a beni durevoli (auto, elettronica etc.) risentono maggiormente delle crisi, essendo i consumi in quei prodotti più sensibili.
  2. Alimentare e servizi sanitari, legati a bisogni essenziali, sono meno volatili.
  3. Figure dipendenti da investimenti infrastrutturali o esportazioni sono più esposte alle recessioni.
  4. Ruoli tecnici e ICT, rispondenti a esigenze di ammodernamento e digitalizzazione aziendale, risultano oggi più anticiclici.
  5. Professioni ad alta specializzazione nella consulenza strategica e di efficienza aziendale sono spesso preservate anche in periodi di crisi.

Attività che non conoscono crisi: Settori e attività imprenditoriali anticicliche

Uno dei principali obiettivi di un’impresa è quello di sviluppare un business model in grado di resistere alle fluttuazioni del ciclo economico. Analizzando i dati pubblicati dall’Istat e dall’OCSE sugli andamenti settoriali in periodi di contrazione e di crescita, emergono alcuni comparti che storicamente hanno dimostrato maggiore elasticità alla variazione della domanda aggregata.

Attività che non conoscono crisi

Tra questi, il settore alimentare rientra di diritto tra quelli definiti “anticiclici“. Grazie alla natura di bene primario dei prodotti alimentari, la spesa delle famiglie in quest’ambito risulta poco sensibile alle fasi congiunturali. Idee imprenditoriali particolarmente interessanti potrebbero coinvolgere la produzione e distribuzione di generi alimentari base a marchio proprio, specialmente per una clientela attenta alla qualità e al territorio.

Un altro comparto anticiclico è quello dei servizi di cura alla persona come parrucchieri, estetiste e centri benessere. A dispetto delle flessioni occupazionali tipiche delle recessioni, la domanda di tali prestazioni appare stabilmente ancorata a fattori socioculturali più resilienti rispetto agli andamenti dell’economia nel suo complesso.

Le attività che non conoscono crisi: figure professionali e competenze sempre richieste

Analizzando i trend occupazionali degli ultimi decenni attraverso report quali quelli diffusi dall’Istat e da Unioncamere, è possibile identificare alcune figure professionali e competenze che storicamente appaiono stabili nei diversi momenti del ciclo economico.

In particolare, il settore sanitario garantisce una costante richiesta di alcune figure chiave come medici, infermieri, operatori socio-sanitari e professionisti affini. Ciò in virtù della natura di bene essenziale dei servizi medici e dell’invecchiamento progressivo della popolazione, fattori non correlati alle fluttuazioni congiunturali. Analogamente, ruoli tecnici e di manutenzione negli ambiti idraulico, elettrico ed elettronico risultano pressoché inelastici (vale a dire insensibile al variare del prezzo o del reddito) rispetto alle fasi cicliche, grazie alla necessità di garantire il costante funzionamento di impianti e macchinari.

Anche competenze trasversali come quelle digitali, contabili, amministrative e nella sicurezza sul lavoro appaiono strutturalmente ricercate indipendentemente dal trend economico generale. Infatti rispondono a esigenze di adeguamento normativo e di efficientamento dei processi aziendali che prescindono dal ciclo. Uno studio della società di consulenza McKinsey conferma inoltre come ruoli focalizzati sull’analytics, il cloud computing e la cybersecurity godranno di ottime prospettive occupazionali anche negli anni a venire. Investimenti aziendali mirati in queste aree potrebbero quindi rivelarsi lungimiranti.

Soft skills e hard skills: le competenze del futuro per il successo professionale

Oggi per incrementare il fatturato aziendale e rimanere competitivi sul mercato, diventa sempre più importante possedere le giuste conoscenze e capacità. Sia le hard skills legate alle specifiche competenze tecniche del proprio settore, sia le soft skills trasversali come il problem solving, il lavoro in team e la comunicazione risultano determinanti.

Con l’introduzione dell’obbligo di fatturazione elettronica ad esempio, le conoscenze informatiche diventano basilari per gestire in modo efficiente i processi amministrativi. Ma anche le abilità relazionali, di project management e di gestione dello stress risultano utili a fronteggiare i cambiamenti normativi.

Solo dotandosi del mix vincente tra competenze tecniche e trasversali è possibile far crescere al meglio il business aziendale e cogliere nuove opportunità in un contesto in rapida evoluzione come quello attuale.

 

Soft skills e hard skills: impariamo a conoscerle partendo dalle Soft

Le soft skills rivestono un ruolo fondamentale nell’ambito della formazione aziendale, in quanto trasversali a qualsiasi settore professionale e processi organizzativi.

Risulta ampiamente documentato che la presenza di soft skills efficienti sia fattore abilitante per l’innovazione e la crescita di business, poiché permettono una circolazione delle informazioni fluida, la gestione ottimale dei team nonché rapporti efficaci con clienti e partner commerciali.

Molte imprenditori riconoscono come proprio più Soft skills che Hard skills in termini di valore aggiunto al core business e alla competitività sul mercato. Investire quindi nel potenziamento attraverso la formazione aziendale di soft skills come comunicazione, problem solving, lavoro in squadra, si traduce in vantaggi concreti in termini di maggiore produttività ed engagement dei dipendenti.

Lo sviluppo di soft skills risulta oggi parte integrante di una strategia di gestione del capitale umano lungimirante, tesa a massimizzare contributo del fattore lavoro nel contesto aziendale grazie a sinergie tra competenze tecniche verticali e abilità trasversali.

  1. Comunicazione efficace – La comunicazione efficace permette di farsi comprendere in modo chiaro e diretto dai diversi interlocutori, ascoltandone attivamente i feedback. Richiede anche abilità nella negoziazione e nel saper gestire efficacemente riunioni e presentazioni.
  2. Problem solving – Abilità fondamentale per individuare con metodo causali e soluzioni di eventuali problemi in stretta collaborazione con i colleghi. Comporta capacità di sintesi e analisi nonché orientamento all’obiettivo.
  3. Gestione dello stress – Cruciale per conservare lucidità anche in contesti operativi densi di scadenze e imprevisti, dosando correttamente le energie ed evitando un eccessivo carico di lavoro.
  4. Adattabilità e flessibilità – Consente di districarsi con disinvoltura in scenari multidimensionali, aggiornando rapidamente le proprie conoscenze e skill in funzione dei cambiamenti.
  5. Teamworking – Presuppone lavoro collaborativo, condivisione di ruoli e una visione comune stimolata dal confronto costruttivo anche nella gestione di opinioni divergenti.
  6. Creatività – Capacità di elaborare soluzioni nuove e alternative, fuori dagli schemi, individuando associazioni originali di idee e prospettive inesplorate.

Tali abilità risultano sempre più sviluppate attraverso percorsi di formazione aziendale tesi a integrare le competenze tecniche con quelle trasversali.

Hard skills e soft skills… E ora passiamo alle Hard

Le hard skill sono quelle competenze tecniche e specialistiche fondamentali nel mondo del lavoro contemporaneo e indispensabili per portare avanti con successo la vision aziendale.

Per contribuire al raggiungimento degli obiettivi strategici e della mission, è necessario dotarsi di una solida preparazione trasversale in campi quali le lingue straniere, le conoscenze digitali e informatiche, le abilità di project management.

Sapersi orientare negli scenari globali operando in inglese e talvolta in altre lingue è cruciale per una società che vuole espandersi oltre i propri confini. Non basta più una specializzazione verticale, serve sviluppare competenze orizzontali complementari come la capacità di gestire team multiculturali, portare a termine progetti in linea con la vision, elaborare e analizzare dati per prendere decisioni strategiche.

  1. Conoscenze specialistiche e tecniche: Conoscenza approfondita di una o più aree specifiche come l’informatica, la finanza, l’ingegneria etc. Padronanza degli aspetti teorici e pratici di un determinato settore.
  2. Competenze digitali: Padronanza nell’uso di software, sistemi informatici e strumenti digitali, dalle basi di programmazione ai programmi di grafica, videoscrittura, elaborazione dati, reti e connessioni internet.
  3. Lingue straniere: Conoscenza fluida sia scritta che orale di una o più lingue straniere, livello B2 o superiore secondo il Quadro Comune Europeo di Riferimento per la conoscenza delle lingue.
  4. Conoscenze scientifiche e matematiche: Solida preparazione in discipline quali fisica, chimica, biologia, con capacità di analisi logica, risoluzione di problemi anche complessi e utilizzo di modelli matematici e statistici.
  5. Gestione di progetti e attività operative: Abilità nella programmazione, organizzazione e monitoraggio di progetti, definizione di tempistiche e responsabilità, gestione di risorse e budget per raggiungere obiettivi.
  6. Abilità analitiche e di project management: Capacità di analizzare problemi complessi, raccogliere e interpretare correttamente dati e informazioni, gestire il ciclo di vita di un progetto avvalendosi di opportune metodologie.

Le hard skill si apprendono anche sul campo ma è importante che rispecchino la vision aziendale già in fase di inserimento, attraverso uno studio approfondito di materie coerenti ed esperienze pratiche in contesti allineati agli obiettivi di lungo periodo dell’azienda. Solo così il proprio bagaglio di competenze potrà essere strategicamente rilevante.

Green Jobs: professionalità emergenti nel settore dell’economia circolare e dell’energia rinnovabile

I green jobs sono sempre più delle professioni emergenti, in grande ascesa e di successo nell’economia circolare e delle energie rinnovabili in Italia e nel mondo. Secondo i dati Eurostat, negli ultimi 5 anni le occupazioni legate all’economia verde sono aumentate del 30% in Europa. In Italia si stima siano oltre 135.000 i posti di lavoro creati in questo settore nel periodo 2010-2020, con una crescita media annua del 5,7%.

Uno studio dell’ILO (International Labour Organization) prevede che nei prossimi 10 anni più di 24 milioni di lavoratori dovranno essere assunti nella sola UE per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione al 2030, soprattutto come tecnici per l’efficienza energetica e installatori di pannelli fotovoltaici.

In ambito di economia circolare, l’agenzia Circle Economy ha calcolato che nel 2050 in Europa vi sarà richiesta per 5,7 milioni di green jobs, grazie allo sviluppo di nuovi materiali biodegradabili, all’ottimizzazione della raccolta differenziata e al riciclo chimico avanzato.

In questo contesto l’Italia intende creare almeno 100.000 nuovi posti di lavoro green entro il 2030, come annunciato dal PNRR. I green jobs rappresentano quindi sbocchi occupazionali in forte crescita nel futuro prossimo.

Green Jobs: professionalità nel settore dell’efficienza energetica

Il settore dell’efficienza energetica rappresenta una frontiera di primario interesse per progettare i lavori del futuro nel solco della transizione ecologica. I tecnici energetici si occupano di installazione e manutenzione di impianti da fonti rinnovabili, garantendone il corretto funzionamento e la piena conformità alle normative di riferimento. Gli esperti in diagnosi energetiche effettuano audit presso edifici pubblici e civili al fine di identificare interventi prioritari per il contenimento dei consumi.

I progettisti di impianti rinnovabili studiano sistemi innovativi per sfruttare risorse naturali quali sole, vento e idrogeno verde, fornendo un contributo decisivo ai lavori del futuro. Gli esperti in certificazioni collaudano gli interventi realizzati certificandone l’efficacia in termini di risparmio energetico e riduzione emissioni, secondo standard internazionali.

Tali professionalità rappresentano figure chiave per guidare la transizione del tessuto produttivo verso modelli sostenibili e a basse emissioni nell’ambito dei lavori del futuro. La domanda di queste figure professionali è destinata a crescere significativamente nei prossimi anni, alla luce degli obiettivi vincolanti di decarbonizzazione fissati a livello internazionale e degli incentivi previsti nell’attuale normativa italiana. Oltre alle competenze tecniche specifiche, queste professionalità dovranno sviluppare anche capacità di relazione e progettazione per assistere cittadini e imprese nella transizione.

Per le associazioni di categoria, entro il 2030 saranno necessari almeno 120.000 “green jobs” aggiuntivi in Italia, che andranno a compensare i posti di lavoro persi in alcuni settori inquinanti. Gli ambiti più strategici riguarderanno l’agricoltura biologica, l’economia circolare, l’elettrificazione dei trasporti e la forestazione sostenibile.

Il supporto da parte di istituti tecnici, università e centri di formazione continua sarà dunque cruciale per formare le competenze necessarie e rendere il nostro paese all’avanguardia nei green jobs del futuro.

Green Jobs

Green job: nuove figure nell’ambito della circular economy

L’economia circolare è una priorità per rendere compatibile lo sviluppo economico con la tutela ambientale, grazie anche alle nuove figure professionali che operano in questo settore. Gli esperti nella gestione rifiuti sviluppano sistemi innovativi per il riciclo e il recupero valorizzando scarti di produzione attraverso l’upcycling.

I progettisti di processi a basso impatto pianificano l’ottimizzazione dei cicli produttivi al fine di minimizzare sprechi e interventi di bonifica. I tecnici nella bonifica si occupano della caratterizzazione e risanamento di siti industriali dismessi per riqualificarli ai fini dell’insediamento di nuove attività, beneficianti di agevolazioni imprese.

Gli esperti di automazione applicata al riciclo meccanizzano e digitalizzano la selezione differenziata aumentandone l’efficienza. Tali professionalità risultano essenziali per conferire nuovo impulso all’economia circolare e guidare l’industria e il terziario verso un modello che valorizzi davvero le risorse. Negli ultimi anni sono nati in Italia numerosi corsi di laurea e master specificamente dedicati alla formazione nell’ambito dell’economia circolare e delle nuove professioni a essa correlate.

Gli atenei di Bologna, Padova e Torino vantano per esempio corsi di laurea magistrale in Ingegneria ambientale a indirizzo economia circolare, che forniscono competenze trasversali sulla progettazione eco-sostenibile di prodotti e processi. Si tratta di un settore in forte sviluppo che offre concrete opportunità occupazionali, anche grazie alle agevolazioni per le aziende che investono su tecnologie e competenze chiave.

 

Machine Learning Specialist: qual è il suo ruolo e quali competenze sono richieste

Negli ultimi anni anche nelle aziende italiane sta emergendo sempre più la figura del Machine Learning Specialist, vista la necessità di affrontare le sfide poste dalla trasformazione digitale in atto. Il ML Specialist, grazie alle sue competenze tecniche e di data analysis, può supportare concretamente i processi aziendali attraverso lo sviluppo di modelli predittivi ad hoc.

Ad esempio, nell’ambito della fatturazione elettronica, il machine learning risulta utile per automatizzare alcune delicate operazioni quali il riconoscimento ottico dei documenti in entrata, la classificazione automatica delle voci e il ricondizionamento alla contabilità aziendale.

Ciò permette di ottimizzare sensibilmente tempi e costi legati a queste attività, liberando risorse interne da dedicare ad attività a maggior valore aggiunto. Non sorprende quindi che, grazie anche agli incentivi fiscali introdotti, sempre più imprese stiano investendo nella figura chiave del ML Specialist per cogliere le opportunità connesse alla digitalizzazione di processi amministrativi come la fatturazione elettronica.

Il Machine Learning Specialist supporta le aziende anche nell’ambito del customer care, sviluppando assistenti virtuali addestrati tramite chatbot in grado di rispondere autonomamente alle richieste dei clienti, riducendo i tempi di attesa. La sua competenza risulta rilevante pure per analizzare big data al fine di incrementare le vendite tramite attività di marketing e comunicazione mirate, in linea con i reali bisogni e comportamenti dei consumatori.

Che cos’è il machine learning e cosa fa il Machine Learning Specialist

Il Machine Learning Specialist ricopre un ruolo chiave per sfruttare appieno le potenzialità dell’intelligenza artificiale e guidare i processi di innovazione legati ai lavori del futuro. Si occupa della progettazione e implementazione di modelli di machine learning idonei a risolvere specifiche esigenze di business, scegliendo di volta in volta l’algoritmo più adatto in base al dominio e agli obiettivi da raggiungere. Realizza quindi prototipi da integrare progressivamente nelle soluzioni aziendali.

Monitora costantemente le performance dei modelli implementati, apportando opportuni aggiustamenti al fine di guidarne l’ottimizzazione nel tempo. Ciò consente di massimizzare l’accuratezza dei risultati generati nell’esecuzione dei lavori del futuro.

Supporta inoltre le figure IT e i team di sviluppo fornendo consulenza tecnica e guidandoli nell’integrazione delle logiche di ML in maniera funzionale agli scenari operativi. La sua competenza risulta quindi sempre più strategica per trasformare le enormi potenzialità dell’intelligenza artificiale in reali vantaggi competitivi, abilitando nuove opportunità occupazionali legate alle professioni emergenti.

Il Machine Learning Specialist cura anche la formazione specifica di altre figure aziendali nella comprensione e interpretazione critica dei sistemi predittivi sviluppati, in modo da assicurare una corretta applicazione nelle attività lavorative.

Svolge un’importante funzione di storytelling dei dati, sviluppando reportistica avanzata per spiegare in modo semplice ed efficace agli stakeholder i risultati ottenuti dai modelli e stimolare una maggiore diffusione della cultura dell’AI all’interno dell’organizzazione.

Machine Learning Specialist

Machine Learning Specialist: competenze tecniche e soft skills

Le competenze tecniche e soft skills sono fondamentali per il Machine Learning Specialist a supporto dei processi decisionali sul fronte degli investimenti aziendali. A livello tecnico, è richiesta una solida formazione in programmazione utilizzando linguaggi quali Python e R, nonché familiarità con piattaforme di machine learning avanzato come TensorFlow e Keras. Requisiti indispensabili includono inoltre statistica, calcolo numerico e capacità di gestire database.

Dal punto di vista delle soft skills, risulta essenziale la capacità di teamworking data dalla natura multidisciplinare dei progetti AI. Occorre eccellere nella comunicazione efficace di concetti complessi ad attori con differenti background. Altrettanto importante è la predisposizione alla leadership nella pianificazione e supervisione di progetti data-driven volti a massimizzare il ROI degli investimenti aziendali nelle innovative soluzioni di machine learning.

Tramite il costante aggiornamento e l’applicazione sinergica di tali competenze, il Machine Learning Specialist fornisce un contributo decisivo per orientare strategicamente le scelte in ottica di crescita e competitività.