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Quanto costa assumere un dipendente?

Oggi sono molti gli imprenditori che si pongono la domanda: Quanto costa assumere un dipendente?. Si tratta di una questione che può sembrare banale ma che in realtà merita un’attenta disamina, in quanto i fattori che concorrono a determinare l’effettivo costo di un’assunzione sono diversi e vanno attentamente valutati.

I dati statistici attualmente disponibili attestano che in Italia il numero di lavoratori dipendenti ammonta ad oltre 17 milioni di unità. Secondo le più recenti stime del Ministero del Lavoro, infatti, la quota di occupati con un regolare contratto da lavoro dipendente rappresenta il 65% circa della popolazione attiva del Paese.

Per quel che concerne la media dei costi che annualmente un datore di lavoro sostiene per ciascun dipendente, gli studi condotti dalla Fondazione di Vittorio stimano che gli oneri medi del personale ammontino a circa 36.000 euro annui per dipendente. A questa cifra, che comprende retribuzione, oneri fiscali e previdenziali, TFR, welfare aziendale e altre voci, vanno ovviamente aggiunti eventuali costi indiretti come formazione, attrezzature e altri esborsi di gestione del personale.

Il quesito “Quanto costa assumere un dipendente?” non ammette quindi una risposta univoca ma pretende l’analisi ponderata di molteplici aspetti, come certificano i rilevamenti statistico-informativi autorevoli. Solo una valutazione attenta delle spese dell’assunzione consente una programmazione oculata delle strategie HR di un’impresa.

Assumere un dipendente: i costi diretti dell’assunzione

Quanto costa assumere un dipendente? I costi diretti legati all’assunzione di una risorsa umana attraverso un lavoro dipendente comprendono diverse voci di spesa che è necessario considerare adeguatamente.

La retribuzione rappresenta sicuramente la componente più rilevante. Essa include non solo lo stipendio base dovuto al dipendente in ragione dell’orario e della mansione svolta, ma anche eventuali straordinari, indennità e altri elementi retributivi accessori previsti dal contratto nazionale di lavoro applicato. La retribuzione, come è ovvio, varia in funzione delle competenze e dell’esperienza posseduta dal candidato prescelto.

Altro costo diretto da non sottovalutare assolutamente è quello legato ai contributi previdenziali e assicurativi che l’azienda, in qualità di datore di lavoro, è tenuta a corrispondere all’INPS e all’INAIL. Tali contributi, calcolati in percentuale sulla retribuzione del dipendente, sono finalizzati a garantire le coperture previdenziali come la pensione e l’assistenza in caso di malattia o infortunio sul lavoro.

Anche il TFR (Trattamento di Fine Rapporto) rientra a pieno titolo tra i costi diretti di un’assunzione, sebbene talvolta venga sottostimato. Esso consiste in un accantonamento effettuato dal datore di lavoro corrispondente all’indennità che spetterà al lavoratore al momento della risoluzione del rapporto e rappresenta quindi un esborso finanziario rilevante. Ulteriori spese dirette sono attribuibili alle eventuali imposte sul reddito e sul fatturato. L’inserimento di una nuova risorsa, infatti, determina un incremento dei volumi di attività e dell’imponibile fiscale dell’azienda.

La valutazione dei costi di assunzione di un dipendente richiede un’attenta stima di tutte le voci elencate, al fine di poter effettuare una corretta pianificazione economico-finanziaria e verificare la sostenibilità di un investimento di questo tipo per l’impresa.

Quanto costa assumere un dipendente?

Quanto costa assumere un dipendente: i costi indiretti dell’assunzione  

Dopo aver esaminato i costi diretti legati all’assunzione di un nuovo dipendente, è altrettanto importante analizzare le voci di spesa cosiddette “indirette” che un’azienda è tenuta a sostenere. Quanto costa assumere un dipendente? La risposta non può prescindere da una valutazione globale di tutte le implicazioni economiche di questa operazione.

Tra i costi indiretti rilevanti rientrano sicuramente i fringe benefit. Molte imprese offrono infatti una gamma di benefici, quali auto aziendale, bonus finanziari e attività ricreative e sportive, con l’obiettivo di attrarre e trattenere personale altamente qualificato. Tali voci, seppur difficilmente quantificabili in via preventiva, incidono in misura significativa sui bilanci aziendali.

Altra voce di costo indiretto da considerare con attenzione è quella relativa alla gestione del personale. Essa comprende spese amministrative, legali, contabili e gli stipendi del personale preposto alle risorse umane, impegnato nelle attività di assunzione, formazione e gestione dei dipendenti. Anche gli investimenti in attrezzature e strumenti di lavoro vanno attentamente valutati, in quanto variabili a seconda del ruolo coperto dal candidato. Si pensi ad esempio ai costi per hardware informatico, software specialistici e altre dotazioni necessarie allo svolgimento dell’attività lavorativa.

Da non dimenticare, infine, l’eventualità di dover affrontare le spese connesse ad un possibile licenziamento, comprendenti gli aspetti legali, le indennità e i costi della nuova selezione, che potrebbero ripercuotersi pesantemente sul bilancio aziendale. Pertanto, un’assunzione sostenibile richiede una preventiva analisi comparata di tutti i costi, sia diretti che indiretti, al fine di valutarne compiutamente la sostenibilità economico-finanziaria

 

Strutture per anziani: ecco tutti i profili gestionali e gli adempimenti normativi

Attualmente, sul territorio italiano sono presenti numerose Strutture per anziani che forniscono assistenza residenziale e semiresidenziale alle persone in terza età non autosufficienti.

Secondo gli ultimi dati ISTAT, al 2019 risultavano operanti in Italia circa 4.600 strutture residenziali per un totale di oltre 310.000 posti letto autorizzati. Tale comparto risulta in costante crescita: nell’ultimo quinquennio sono state autorizzate e aperte più di 600 nuove Strutture per anziani, con un incremento medio annuale del 3%.

Si tratta indubbiamente di un settore in espansione, che offre rilevanti opportunità occupazionali ma richiede al contempo un’adeguata formazione professionale per la gestione di tutti gli aspetti connessi all’assistenza socio-sanitaria degli ospiti.

Altrettanto complesso risulta il profilo amministrativo-fiscale che caratterizza tali attività. Oltre alla corretta tenuta della contabilità e all’assolvimento di tutti gli obblighi dichiarativi e di versamento delle imposte, una Struttura per anziani è soggetta anche alla fatturazione elettronica per le operazioni imponibili effettuate con i fornitori.

Risulta pertanto fondamentale acquisire una preparazione adeguata in materia fiscale e nella gestione dei sistemi per l’adempimento degli obblighi di fatturazione, al fine di evitare errori nella rendicontazione delle prestazioni rese e nel rispetto delle scadenze dettate dalla normativa vigente in campo contabile e tributario.

Strutture per anziani: apertura e gestione di una struttura residenziale per anziani

L’apertura e la gestione di una struttura residenziale per anziani richiede una serie di passaggi preliminari volti ad assicurare la piena conformità alle normative di settore e la sostenibilità economica dell’iniziativa imprenditoriale.

In primo luogo, è necessario individuare un immobile idoneo a ospitare la struttura, che soddisfi tutti i requisiti igienico-sanitari, di sicurezza e di funzionalità degli spazi previsti dalle linee guida regionali/nazionali in materia di Strutture per anziani. A tal fine, un’attenta analisi preliminare dell’edificio scelto permetterà di verificare la presenza dei necessari standard qualitativi e dimensionali delle camere, dei servizi comuni, degli spazi per attività ricreative e di cura.

Contestualmente, si renderà necessario aprire una partita IVA per l’esercizio dell’attività socio-assistenziale e avviare la raccolta della documentazione richiesta per ottenere le autorizzazioni ministeriali e regionali al funzionamento. Tra i documenti fondamentali figurano il progetto organizzativo e funzionale della struttura, corredato da piantine e planimetrie dettagliate, il regolamento interno che descriva nel dettaglio l’erogazione delle prestazioni garantite e i livelli di assistenza forniti in relazione alle diverse tipologie di ospiti, nonché i curricula professionali del personale medico e sociosanitario che dovrà essere assunto.

Ottenute le necessarie licenze amministrative, sarà poi indispensabile provvedere all’acquisto e all’installazione delle attrezzature e della strumentazione medica essenziali, procedere all’arredo degli spazi e avviare la selezione e la formazione del personale. Quindi, una volta ultimate le operazioni preliminari, si potrà procedere all’apertura al pubblico della Struttura per anziani e all’accoglienza dei primi ospiti, assicurando loro il livello di cura e di benessere psicofisico preventivato nel progetto autorizzato.

Una gestione oculata ed efficace in tutte le sue componenti amministrative, organizzative e socio-sanitarie apparirà di fondamentale importanza per il successo dell’iniziativa imprenditoriale nel tempo.

Strutture per anziani

Struttura per anziani: tutti gli Adempimenti fiscali, amministrativi e dichiarativi

La gestione di una Struttura per anziani comporta numerosi adempimenti fiscali, amministrativi e dichiarativi che devono essere assolti scrupolosamente e nei tempi previsti dalla normativa.

In primo luogo, l’operatore del settore è tenuto al pagamento dell’IVA e delle imposte sui redditi generate dall’attività con cadenza trimestrale e annuale utilizzando i modelli F24 predisposti dall’Agenzia delle Entrate. Un ruolo importante rivestono poi gli adempimenti contributivi mensili da espletare presso l’INPS, quali l’invio delle denunce DM10 e i versamenti per il personale dipendente.

Ogni anno vengono inoltre predisposte la dichiarazione IVA e la dichiarazione dei redditi, rispettivamente entro il termine di aprile e settembre. Altro adempimento rilevante è la Certificazione Unica da inviare all’INPS e mettere a disposizione dei dipendenti entro il 31 marzo per la gestione delle ritenute fiscali.

Particolare attenzione merita la tenuta della contabilità, che deve essere redatta in conformità ai principi civilistici e ai criteri previsti per il settore socio-sanitario, e il mantenimento dell’inventario dei beni ammortizzabili. Sotto il profilo amministrativo, si rileva l’obbligo di conservare i registri del personale, la documentazione sanitaria degli ospiti e le cartelle individuali aggiornate, nonché di comunicare l’elenco dei dipendenti all’Ispettorato Territoriale del Lavoro.

Il corretto assolvimento di tutti gli adempimenti fiscali è fondamentale per operare in regola con le normative di legge e prevenire possibili sanzioni.

Come gestire un B&B: aspetti gestionali, fiscali e di back office per una corretta amministrazione

È innegabile che negli ultimi anni vi sia stata una crescente diffusione dei  bed and breakfast in Italia, Paese che basa una parte importante della sua economia sul turismo. Possedere una struttura ricettiva di questo tipo rappresenta spesso un’opportunità per ottenere un reddito passivo integrativo sfruttando gli spazi disponibili nella propria abitazione. Di conseguenza, sono in molti a chiedersi come gestire un B&B.

Oltre alla conoscenza delle basilari dinamiche amministrative e degli obblighi di natura fiscale in capo a questa tipologia di attività imprenditoriale, risulta di fondamentale importanza disporre di strumenti digitali all’avanguardia.

Gestire in modo efficiente il ciclo delle fatture elettroniche, obbligatorie per legge per i soggetti in regime di contabilità semplificata come i B&B, è infatti condizione necessaria per poter svolgere correttamente l’attività di bed and breakfast. In questo senso, una piattaforma professionale e certificata come FatturaPRO.click risulta essere un supporto molto utile. Essa consente non solo l’emissione, l’invio e la ricezione di fatture digitali nel pieno rispetto dei requisiti tecnici fiscali, ma anche la loro archiviazione in Cloud secondo i vincoli di legge.

Per massimizzare il reddito passivo ottenibile da questo comparto in continua crescita è importante saper coniugare la gestione tradizionale con l’innovazione digitale assicurata da servizi specializzati.

Come gestire un B&B: una gestione amministrativa e operativa ottimizzata

Sapere come gestire un B&B in modo da ottimizzare la gestione amministrativa e operativa richiede l’applicazione di criteri organizzativi molto precisi.

Innanzitutto è necessario aprire una partita IVA per l’attività di bed & breakfast, in quanto si tratta di un’impresa che eroga servizi di ospitalità a pagamento. Occorre quindi identificare il codice ATECO prevalente da indicare in fattura e adempiere a tutti gli obblighi fiscali e contributivi connessi allo svolgimento di un’attività di impresa.

Per una corretta gestione amministrativa è fondamentale dotarsi di un registro delle prenotazioni aggiornato costantemente, dove annotare tutti i dati identificativi degli ospiti, le date di arrivo e partenza, il numero di persone e il dettaglio dei servizi richiesti per ciascuna prenotazione. Questo registro consente di emettere puntualmente le fatture al termine del soggiorno e di ricavare report periodici per la contabilità.

Per quanto riguarda la gestione operativa, è importante redigere un manuale con tutte le procedure standard per la pulizia delle camere, la preparazione delle colazioni, la manutenzione ordinaria, ecc. in modo che tutte le attività siano eseguite in modo omogeneo e qualitativamente elevato. Una persona deve essere nominata responsabile per garantire il corretto svolgimento di queste procedure.

Ottimizzare la gestione dell’accoglienza significa anche promuovere il bed & breakfast in modo efficace sui principali portali di booking online, fornendo una descrizione accurata dei servizi e gestendo autonomamente il calendario delle disponibilità. Infine, per la massima soddisfazione degli ospiti è importante raccogliere periodicamente feedback e recensioni da utilizzare per migliorare costantemente la qualità dell’offerta.

Come gestire un B&B richiede dunque l’applicazione di precise metodologie organizzative che, se correttamente implementate, consentono di amministrare e condurre l’attività in modo efficiente e professionale.

Come gestire un B&B

Come si gestisce un B&B: quanti e quali sono gli adempimenti fiscali e contabili

Sapere come gestire un B&B dal punto di vista fiscale e contabile richiede di osservare specifici adempimenti. Innanzitutto, chi apre un bed and breakfast deve aprire una partita IVA per esercitare l’attività in quanto impresa che eroga servizi di ospitalità. Occorre identificare il codice ATECO prevalente da indicare in fattura.

Un aspetto rilevante riguarda l’emissione delle fatture elettronica. Pertanto, il gestore del B&B deve dotarsi di un servizio per l’emissione e la ricezione di fatture digitali nel rispetto degli standard SdI. Le fatture devono essere emesse entro il 15 del mese successivo a quello di erogazione del servizio.

Per gli adempimenti IVA, il regime ordinario prevede la liquidazione mensile o trimestrale dell’imposta sul valore aggiunto maturata. Da presentare anche la dichiarazione IVA annuale con i dati del fatturato. Il gestore deve inoltre effettuare i versamenti contributivi INPS come contribuente minimale e tenere la contabilità ordinaria con registrazione analitica di entrate e uscite. Tra gli obblighi contabili ci sono la redazione del libro giornale e del libro inventari, nonché la conservazione delle fatture attive e passive per i controlli finanziari.

Infine, dal punto di vista fiscale un adempimento importante da assolvere è la presentazione della dichiarazione dei redditi annuale con la contabilizzazione del reddito prodotto dall’attività di bed and breakfast. Gestire un B&B richiede dunque un’attenta gestione amministrativo-contabile per essere in regola con tutti gli obblighi di legge.

Vendita cannabis light online: come funziona la fatturazione e la disciplina fiscale

La vendita cannabis light online si sta imponendo come uno dei business più interessanti del commercio elettronico in questi anni. Diversi studi di settore confermano infatti la crescita esponenziale di questo mercato.

Stando a una ricerca condotta nel 2021 da Cross-Border Growth Capital, il giro d’affari legato alla vendita online di cannabis light in Europa ha raggiunto un volume di 880 milioni di euro nel corso del 2020. Un aumento del 220% rispetto all’anno precedente. Anche in Italia si registrano trend analoghi: secondo i dati forniti dall’Osservatorio sul mercato della canapa industriale di Luiss Business School, nel nostro Paese il mercato della Vendita cannabis light online valeva circa 50 milioni di euro nel 2019, con prospettive di raddoppio entro il 2024.

Tali cifre dimostrano come questo settore, legale e regolamentato, stia diventando una vera e propria industria in forte crescita. Proprio per tale motivo, risulta fondamentale per chi intende avviare un’attività in tale ambito conoscere a fondo la normativa fiscale applicabile. Solo un corretto inquadramento contabile e tributario può infatti consentire di massimizzare i profitti e gestire al meglio la propria impresa. Soprattutto nel commercio digitale, dove la concorrenza è ormai globale, risulta vitale adottare il regime fiscale migliore per posizionarsi strategicamente sul mercato.

Vendita cannabis light online: il giusto Regime IVA per la vendita online di prodotti derivati

La vendita online di cannabis light è quindi certamente un settore in evoluzione, soggetto a normative in fase di chiarimento.

Vendita cannabis light online è attualmente possibile in molti Paesi, sebbene alcuni prodotti derivati dalla canapa siano soggetti a regolamentazioni doganali e imposizione IVA. In Italia, la Legge n.242/2016 e i successivi chiarimenti ministeriali consentono la commercializzazione di infiorescenze e altri derivati della canapa sativa contenenti un tasso di THC inferiore allo 0,5%, esenti da obblighi in materia di sostanze stupefacenti.

Alla luce di un business così fiorente, sono in tanti a chiedersi quindi cosa vendere online per avere successo e se il commercio elettronico deve quindi comprendere anche la marijuana light. Una domanda cui non esiste una risposta univoca, poiché fattori come la competitività di mercato, la qualità dell’offerta e la capacità di fidelizzare i clienti sono determinanti. Nel caso specifico della cannabis light, alcuni produttori hanno ottenuto risultati commerciali lusinghieri proponendo infiorescenze, oli, resine, creme e altri articoli per uso wellness e rilassamento, grazie a una comunicazione trasparente e rispettosa delle normative.

Vendita cannabis light online

In merito alla corretta applicazione dell’IVA, va considerato che per i prodotti CANAPA SATIVA con THC inferiore allo 0,5% sussiste un regime IVA agevolato, equiparandoli a prodotti di erboristeria e benessere. L’aliquota IVA applicabile è quindi quella del 10% (art.74 DPR 633/72 e successive modifiche), in luogo di quella del 22% prevista per i prodotti di tabacchi e sigarette.

Tale orientamento è stato confermato dall’Agenzia delle Dogane che, con la circolare 14/E del 5 luglio 2019, ha chiarito la non riconducibilità dei derivati della canapa sativa L. contenenti THC inferiore allo 0,2% alla voce TARIC NC24039980Altri tabacchi lavorati” soggetti ad aliquota IVA del 22%.

Cannabis light online: obblighi fiscali e modalità di fatturazione per un e-commerce

Come abbiamo detto la vendita cannabis light online è consentita per prodotti contenenti THC inferiore allo 0,5%, ma ciò non esime dal rispetto delle normative contabili e tributarie.

Le imprese che vendono online devono prima di tutto aprire una partita IVA, in quanto l’attività svolta costituisce un’effettiva attività. Per un e-commerce di cannabis light, essendo i prodotti assimilabili a quelli di erboristeria, l’aliquota IVA applicabile è del 10%. L’Agenzia delle Entrate prevede poi l’emissione di fatture elettroniche per tutti gli operatori con volume d’affari superiore a 25.000 euro.

Un aspetto da non sottovalutare riguarda la corretta tenuta della contabilità. Per le vendite online è necessario emettere fattura immediatamente dopo il pagamento da parte del cliente, registrando correttamente incassi e ricavi. Fondamentale poi versare trimestralmente i contributi INPS come titolare di partita IVA. Questi obblighi possono sembrare gravosi, ma grazie all’automazione dei pagamenti, la gestione amministrativa di un e-commerce si rivela più semplice di quanto si possa pensare dando così vita a un vero e proprio secondo lavoro online redditizio.

Tassa sulle mance e fatturazione degli introiti

In Italia il pagamento delle tasse e imposte è un obbligo di legge. Contribuire al sostentamento dello Stato tramite il versamento di contributi e imposte è doveroso per tutti i cittadini e le attività economiche. Tra le tante troviamo anche la tassa sulle mance, introiti aggiuntivi molto frequenti per alcune categorie lavorative come camerieri, baristi, estetiste. La normativa prevede che su queste somme, percepite con generosità dai clienti, vada versata un’aliquota IRPEF che varia dal 23% al 43% a seconda dei casi.

Se consideriamo che in alcuni settori le mance possono arrivare a costituire anche oltre il 30-40% dello stipendio annuale, è facile capire come il prelievo fiscale su queste entrate possa incidere in modo significativo sui guadagni finali di un’attività. Per un ristorante medio il mancato introito dovuto alla tassazione sulle mance può ammontare a diverse migliaia di euro l’anno, soldi che altrimenti potrebbero essere reinvestiti nell’azienda.

È quindi importante che tutti i soggetti economici, dipendenti e datori di lavoro, ottemperino agli obblighi di monitoraggio e versamento delle imposte per operare nel rispetto delle normative.

Tassa sulle mance: normativa fiscale e obblighi dichiarativi

Le mance rappresentano un’entrata reddituale che la normativa tributaria italiana ha regolamentato con precisione. Vediamo nel dettaglio la disciplina fiscale relativa a questa particolare forma di reddito.

Ai sensi dell’articolo 50 del Tuir, le somme percepite a titolo gratuito dal lavoratore dipendente, come appunto le mance, configurano reddito assimilato a quello di lavoro dipendente. Pertanto, sul relativo importo si applicano le cosiddette “imposte“, ovvero la ritenuta d’acconto effettuata dal sostituto d’imposta (datore di lavoro o committente) secondo le aliquote Irpef relative al reddito complessivo.

Tassa sulle mance

Il percipiente ha l’obbligo di comunicare preventivamente al sostituto d’imposta l’ammontare presunto delle mance al fine del calcolo corretto delle ritenute. In sede di dichiarazione dei redditi annuale poi dovrà indicare l’effettivo importo percepito a titolo di liberalità, in modo che il fisco possa verificare la corretta applicazione del prelievo. Pertanto, la normativa prevede precisi oneri di monitoraggio e trasparenza che i lavoratori sono tenuti a rispettare per la tassazione di questa particolare voce di reddito.

Tassa sulle mance e fatturazione degli introiti: registrazione contabile e versamento delle ritenute

Come anticipato, la normativa prevede l’obbligo per i lavoratori di documentare fiscalmente le somme ricevute a titolo di mancia. Ai sensi dell’articolo 54 del DPR n.633/1972 e in ottemperanza al principio di “Pagare le tasse è obbligatorio”, il percipiente deve effettuare la registrazione contabile delle mance mediante ricevute fiscali o annotazioni su appositi registri. Nello specifico, il registro delle mance (cosiddetto “mance book“) deve riportare data, nome del cliente, importo ricevuto ed eventuali note illustrative. Tale documentazione deve essere conservata agli atti per i successivi controlli dell’Agenzia delle Entrate.

Successivamente, il soggetto che ha operato le ritenute (sostituto d’imposta) dovrà provvedere al versamento periodico delle somme trattenute. Il datore di lavoro – che normalmente svolge tale funzione – effettuerà i pagamenti alle scadenze previste per i contributi INPS (in genere entro il 16 del mese successivo) utilizzando il mod.F24. In tal modo si assicura la corretta riscossione delle imposte dovute sul reddito aggiuntivo costituito dalle mance.

Rivalsa INPS 4 fattura elettronica agenzia entrate: cos’è e come inserirla correttamente in fattura

La corretta indicazione della rivalsa INPS nelle fatture elettroniche riveste una notevole importanza sia per i fornitori che per l’Agenzia delle Entrate. Per i fornitori che emettono fattura elettronica, specificare tale voce è fondamentale per diversi motivi:

  1. Consente di addebitare correttamente ai clienti i costi del personale dipendente utilizzato per erogare la prestazione fatturata. Questo in base al principio contabile per cui tutti i costi devono essere imputati ai clienti finali.
  2. Garantisce la possibilità di riversare effettivamente all’INPS – attraverso il modello F24 – l’ammontare dovuto a titolo di rivalsa. In assenza di tale indicazione, l’INPS non avrebbe modo di calcolare la somma da versare.
  3. Permette di dimostrare, in caso di controlli, di aver addebitato ai clienti tutti i costi effettivamente sostenuti per poter ottenere i ricavi dichiarati.

Per l’Agenzia delle Entrate invece l’indicazione della rivalsa in fattura elettronica consente di:

  1. Verificare che i fornitori stiano addebitando ai clienti tutti i costi di competenza come previsto dalla legge, evitando distorsioni fiscali.
  2. Monitorare il corretto versamento di quanto dovuto all’INPS a titolo contributivo.

Quindi, la rivalsa INPS 4 fattura elettronica agenzia entrate può essere considerata un’informazione rilevante sia per una corretta fiscalità da parte dei fornitori che per le attività ispettive dell’Agenzia delle Entrate. Un suo omesso o errato utilizzo nelle fatture elettroniche potrebbe comportare sanzioni.

rivalsa INPS 4 fattura elettronica agenzia entrateRivalsa INPS 4 fattura elettronica: cos’è e qual è il suo scopo

La rivalsa INPS è un contributo aggiuntivo che i datori di lavoro devono versare all’INPS a titolo di recupero di una parte dei costi sostenuti per alcune prestazioni assistenziali e previdenziali erogate ai dipendenti.

In pratica sulle fatture emesse ai clienti i fornitori che applicano la fatturazione elettronica per Forfettari devono indicare questa voce di costo (rivalsa INPS) per poter poi riversare all’INPS quanto dovuto. Quando e perché deve essere inserita? La rivalsa INPS va sempre inserita nelle fatture elettroniche emesse, per ogni periodo di lavoro svolto dai dipendenti, per la quota parte di competenza del cliente.

 

Ad esempio se un dipendente ha lavorato il 50% del mese per un cliente, nella fattura emessa a quest’ultimo verrà addebitato anche il 50% dell’importo complessivo della rivalsa INPS dovuta per quel mese. L’importo è pari a circa il 24% dei contributi previdenziali INPS a carico dell’azienda (come TFR, malattia, maternità e ferie). Indicando correttamente la rivalsa INPS nelle fatture elettroniche si rende noto al cliente il costo del lavoro “nascosto” dietro la prestazione fatturata, permettendo poi all’azienda di assolvere l’obbligo di versamento all’INPS.

Rivalsa INPS 4 fattura elettronica agenzia entrate: come inserirla correttamente in fattura elettronica

È fondamentale inserire la rivalsa INPS nella fattura elettronica in modo corretto, seguendo le indicazioni dell’Agenzia delle Entrate:

  1. La denominazione. La voce deve essere denominata “Rivalsa INPS” o “Rivalsa art. 2119 cc”, valorizzando obbligatoriamente il tipo di dato CNT336.
  2. Le voci di costo. La rivalsa rientra nella categoria “oneri accessori”, andando a incidere sul costo indiretto del personale dipendente utilizzato per fornire la prestazione.
  3. Collocazione in fattura. La rivalsa deve essere inserita in una riga separata, alla fine del dettaglio delle voci di costo, indicando anche l’aliquota di calcolo (solitamente 24%).

Esempio:

Descrizione Quantità Prezzo Unitario Aliquota IVA Importo IVA Importo Rig

Rivalsa INPS 1 500,00 esente 0,00 500,00

Altri aspetti. Non sono presenti limiti di importo ma è importante saper calcolare correttamente l’ammontare in base alle norme vigenti, poiché in occasione dei controlli l’Agenzia delle Entrate potrebbe contestare un importo irregolare. Quindi, indicando una corretta rivalsa INPS in fattura elettronica si evita il rischio di sanzioni ed è possibile riversare all’INPS effettivamente quanto dovuto a titolo di contributi.

Sgravi contributivi: cosa sono e come possono aiutare le aziende italiane

Gli sgravi contributivi sono uno strumento importante per supportare le aziende italiane, alle prese con un costo del lavoro troppo elevato e una pressione fiscale tra le più alte d’Europa. I numeri dimostrano in modo chiaro l’impatto positivo di queste agevolazioni. Secondo uno studio di Confindustria, gli sgravi contributivi valgono in media 4.500 euro l’anno per dipendente. Per le aziende questo si traduce in risparmi tra il 5% e il 15% sul monte salari annuo, a seconda del settore e delle dimensioni.

Uno studio ISTAT mostra poi che le aziende che usufruiscono di sgravi contributivi hanno una produttività del lavoro mediamente superiore fino al 20% rispetto a quelle “ordinarie”, grazie alle maggiori assunzioni, formazione e investimenti resi possibili dalle agevolazioni. In base ai dati Unioncamere, nel 2021 le imprese italiane hanno beneficiato complessivamente di sgravi contributivi per un valore di oltre 12 miliardi di euro. Una cifra in costante crescita negli ultimi anni.

Questi numeri dimostrano chiaramente come gli sgravi contributivi siano in grado di alleggerire sensibilmente i costi del lavoro per le aziende, migliorandone la redditività e la produttività e quindi la competitività sul mercato. Naturalmente è necessario che le agevolazioni fiscali siano ben modulate ed evitino sprechi o abusi, favorendo le giuste condizioni per un miglioramento strutturale delle imprese. Ma quando ben calibrate, come dimostrano i dati, possono dare risultati concreti a supporto del tessuto produttivo e occupazionale italiano.

Sgravi contributivi

Sgravi contributivi: che cosa sono

Gli sgravi contributivi sono agevolazioni fiscali introdotte dallo Stato che consentono alle aziende di beneficiare della riduzione o dell’esonero, totale o parziale, dei contributi previdenziali dovuti per i propri dipendenti. In pratica, le imprese pagano un ammontare ridotto di contributi all’INPS su determinate tipologie di lavoratori o in presenza di specifiche condizioni.

Gli sgravi contributivi mirano a ridurre il costo del lavoro per le aziende e a incentivare determinate condotte, come le assunzioni stabili, gli investimenti in formazione o lo sviluppo di settori strategici. Queste agevolazioni possono essere concesse in via definitiva o transitoria, per un determinato periodo di tempo. Spesso sono riviste e aggiornate nella legge di bilancio annuale, in base alle priorità e agli obiettivi del Governo.

La legge di bilancio, ad esempio, potrebbe confermare e prorogare molti sgravi attualmente in vigore, ma anche introdurne di nuovi per far fronte alla difficile congiuntura economica. In ogni caso gli sgravi contributivi rappresentano uno strumento utile per agevolare le imprese, soprattutto PMI e settori in difficoltà, riducendo il carico fiscale sul costo del lavoro.

Sgravio contributivo: quali sono e come possono aiutare concretamente le imprese

Gli sgravi contributivi possono aiutare concretamente le imprese italiane grazie a diversi meccanismi:

  1. Riducendo il cuneo fiscale e i costi del lavoro: la riduzione dei contributi pagati dalle aziende si traduce in minori spese, a vantaggio della redditività e della competitività.
  2. Incentivando le assunzioni stabili e la formazione: gli sgravi per le assunzioni a tempo indeterminato e gli investimenti in formazione spingono le imprese ad adottare queste pratiche virtuose, a beneficio della produttività.
  3. Supportando lo sviluppo di determinati ambiti produttivi: l’esenzione o la riduzione dei contributi in alcuni settori strategici vuole stimolare la crescita di quelle filiere.
  4. Favorendo la crescita e la competitività, soprattutto delle PMI: le piccole e medie imprese, che difficilmente riescono a ottimizzare la propria pianificazione fiscale, traggono maggiori benefici dagli sgravi contributivi.

In sintesi, gli sgravi possono abbassare il costo del lavoro e incentivare pratiche aziendali utili alla crescita, migliorando redditività, produttività e competitività delle imprese specie PMI. Sono però necessarie politiche strutturali per favorire la giusta pianificazione fiscale e rendere gli sgravi contributivi davvero efficaci nel lungo termine.

Quanto costa aprire partita iva in Italia e all’estero

Se siete imprenditori o avete preso la decisione di realizzare le vostre idee imprenditoriali, è giunto il momento di intraprendere il percorso dell’autonomia lavorativa. Diventare lavoratori autonomi o professionisti indipendenti è un processo più accessibile di quanto possa sembrare.

Il primo passo fondamentale consiste nell’ aprire una partita IVA in Italia. Nel Bel Paese, infatti, i lavoratori autonomi devono aprire una Partita IVA per fini fiscali, come l’emissione di fatture elettroniche e il pagamento dei contributi dovuti alle autorità fiscali e previdenziali. Cerchiamo quindi di capire quanti e quali sono i costi associati alla Partita IVA, sia in Italia che all’estero.

Quanto costa aprire partita IVA in Italia?

Costi associati all’apertura della Partita IVA come ditta individuale variano tra 130 e 150 euro, includendo le spese di iscrizione al Registro delle Imprese, che comprendono diritti camerali, imposte di segreteria e imposte di bollo. La complessa procedura burocratica, specialmente nel caso delle ditte individuali, può essere intimidatoria, spingendo molte persone a rivolgersi a un professionista. Tuttavia, i costi per l’assistenza di un commercialista nell’apertura della Partita IVA possono essere significativi, aumentando considerevolmente l’importo iniziale.

Quanto costa aprire la partita IVA e mantenerla in Italia? Le imposte

La tassazione varia in base al regime fiscale adottato e riguarda le aliquote, le scadenze dei pagamenti, le possibili agevolazioni, le rateizzazioni, ecc. Queste regole si applicano a tutti i contribuenti, indipendentemente dall’attività svolta. Per i giovani e le nuove attività, il regime forfettario è spesso la soluzione migliore. Infatti offre una tassazione vantaggiosa e una gestione semplificata della contabilità e delle fatture. Nel regime forfettario, i costi della Partita IVA includono l’applicazione di un’imposta sostitutiva del 15% (5% per le nuove attività nei primi 5 anni) che si applica sul reddito imponibile e non sull’intero fatturato. È importante considerare anche le spese relative ai contributi.

Contributi previdenziali: a quanto ammontano?

I contributi dipendono dalla Cassa o dalla Gestione a cui ci si iscrive e ogni entità stabilisce le proprie aliquote, le scadenze dei versamenti e altri aspetti. Per i liberi professionisti iscritti alla Gestione Separata dell’INPS, i contributi sono calcolati in proporzione al volume d’affari effettivamente prodotto. Si basano sul reddito imponibile e sono soggetti a un’aliquota del 25,72%. Nel caso delle ditte individuali, la Cassa di riferimento è la Gestione Artigiani e Commercianti dell’INPS. In questo caso, è previsto un contributo fisso di circa 3.850 euro annui, da versare anche in caso di reddito zero. In aggiunta, vi è un contributo “extra” che si applica solo sulla parte eccedente il “reddito minimo INPS” (attualmente pari a 15.953 euro) con un’aliquota del 24% (o del 21,90% per i professionisti sotto i 21 anni). I contributi possono rappresentare un ostacolo, soprattutto per i giovani che intendono aprire una Partita IVA. Tuttavia, è importante sapere che alcune categorie di lavoratori autonomi possono beneficiare di agevolazioni legate all’età, e alcune Casse Previdenziali riservate ai professionisti offrono riduzioni di aliquote o richiedono il versamento di una percentuale ridotta dei contributi fissi. Queste agevolazioni consentono una riduzione dei costi della Partita IVA per i giovani professionisti.

Quanto costa aprire partita iva

Quanto costa aprire una partita IVA

Aprire una Partita IVA all’estero comporta costi e procedure specifiche che variano a seconda del paese di destinazione. Prima di intraprendere tale percorso, è fondamentale compiere una ricerca accurata e consultare esperti del settore per valutare attentamente i costi associati e i requisiti richiesti.

Innanzitutto, è necessario considerare i costi legati alla registrazione e all’iscrizione nel paese straniero. Questi costi possono variare notevolmente a seconda della nazione e delle sue normative fiscali. In alcuni paesi potrebbero essere richiesti diritti di registrazione, tasse amministrative e spese legali per avviare l’attività. È importante tenere conto di questi fattori nel budget di apertura della Partita IVA all’estero.

Occorre considerare gli oneri fiscali e le imposte annuali che saranno applicate nell’ambito dell’attività commerciale all’estero. Ogni paese ha il proprio sistema fiscale con regole e aliquote specifiche. È necessario comprendere come tali imposte saranno calcolate e come influiranno sui profitti dell’attività. Spesso, è necessario avvalersi di consulenti fiscali locali per garantire la conformità alle normative e per gestire correttamente le questioni fiscali.

Facciamo un esempio. L’apertura di una Partita IVA in Inghilterra comporta una serie di costi da considerare. Ad esempio, i costi iniziali per la registrazione e l’iscrizione nel Registro delle Imprese possono variare da circa £12 a £100, a seconda del tipo di servizio richiesto. È necessario prendere in considerazione le spese legali che possono ammontare a diverse centinaia di sterline, soprattutto se si richiede l’assistenza di un avvocato per la creazione di contratti o accordi commerciali. Altri costi da considerare sono le tasse annuali di iscrizione alla Camera di Commercio e le spese per la consulenza fiscale per garantire la conformità alle leggi fiscali britanniche. È importante tenere conto di queste voci di spesa al fine di pianificare in modo adeguato l’apertura di una Partita IVA in Inghilterra.

Chi non può aprire una partita iva: categorie e casistiche

L’apertura di una partita IVA rappresenta il primo passo per diventare imprenditore o professionista autonomo. Ma non tutti possono aprire una partita IVA. Ci sono categorie di persone che non possono farlo per diverse ragioni. In questo articolo, vedremo chi non può aprire partita IVA e le casistiche che ne derivano.

Chi non può aprire una partita iva: dipendenti pubblici

Una delle categorie di persone che non può aprire una partita IVA sono i dipendenti pubblici. Questi lavoratori, infatti, non possono aprire una partita IVA per le attività che svolgono all’interno della propria istituzione, a meno che non si tratti di attività accessorie e non concorrenti con il lavoro principale. In altre parole, un professore universitario non può aprire una partita IVA per insegnare nella propria università, ma può farlo per dare lezioni private. Lo stesso vale per un medico delle strutture pubbliche. Non può aprire una partita IVA per svolgere attività medica all’interno dell’ospedale, ma può farlo per esercitare la professione in studio privato.

È importante sottolineare che i dipendenti pubblici non possono aprire una partita IVA per svolgere attività che possono interferire con il loro lavoro principale o che potrebbero causare conflitti di interesse. Questo perché, come previsto dalla normativa, i dipendenti pubblici devono svolgere il proprio lavoro con imparzialità, neutralità e trasparenza.

In ogni caso, i dipendenti pubblici che desiderano avviare un’attività imprenditoriale o professionale possono farlo solo se ottemperano alle normative vigenti e ottenendo preventivamente l’autorizzazione del proprio datore di lavoro. In questo modo, è possibile evitare problemi di conflitto d’interesse e garantire il rispetto della legge.

Chi non può aprire una partita ivaRequisiti per aprire partita IVA: maggiorenni VS minori di 18 anni

Un altro aspetto importante da considerare riguarda i requisiti per aprire una partita IVA. In particolare, i minori di 18 anni non possono aprire una partita IVA in quanto non hanno la capacità giuridica necessaria per svolgere un’attività economica in proprio. In questo caso, il minore può comunque lavorare come dipendente o come collaboratore di un’impresa o di un professionista già registrato. Al contrario, i maggiorenni possono aprire una partita IVA, purché siano in possesso dei requisiti richiesti. Tra questi, vi è la necessità di avere la residenza o la sede legale in Italia, essere in possesso di un codice fiscale e non essere già titolari di una partita IVA attiva.

Sebbene i maggiorenni possano aprire una partita IVA, ci sono alcune limitazioni e obblighi da rispettare. Ad esempio, è necessario iscriversi alla Camera di Commercio competente per territorio e pagare il relativo diritto camerale. Bisogna poi scegliere la forma giuridica più adatta alle proprie esigenze, tra cui la ditta individuale, la società di persone o la società di capitali. Inoltre, è necessario avere una conoscenza approfondita delle norme fiscali e delle procedure amministrative che regolamentano l’apertura di una partita IVA. Da non sottovalutare, inoltre, sono le responsabilità fiscali e legali che si assumono nel momento in cui si decide di aprire una partita IVA. Infatti, i titolari di una partita IVA sono tenuti a gestire in modo autonomo la propria attività e a rispettare le normative fiscali e contabili in vigore. In caso di violazione di queste norme, si rischia di incorrere in sanzioni pecuniarie.

Come funziona partita IVA per i pensionati

Infine, vi è la casistica dei pensionati. In questo caso, i pensionati che ricevono una pensione di vecchiaia o di invalidità dall’INPS non possono aprire una partita IVA per la stessa attività per cui percepiscono la pensione. Tuttavia, possono aprire una partita IVA per un’altra attività, sempre che questa non confligga con la loro pensione e non superi determinati limiti di reddito. Possono comunque diventare collaboratori occasionali di un’azienda o di un professionista, senza aprire una partita IVA.

In generale, l’apertura di una partita IVA richiede l’attenta valutazione dei requisiti e delle casistiche che possono impedirne l’apertura. È necessario rispettare le normative in vigore per evitare problemi fiscali e legali. Chi desidera può rivolgersi a un commercialista o a un esperto del settore per avere maggior i informazioni e un supporto adeguato.

Conoscere le modalità e le scadenze per la presentazione delle dichiarazioni fiscali e per il pagamento delle tasse e dei contributi previdenziali è molto importante. Infatti, avere partita IVA comporta anche una serie di obblighi e responsabilità che devono essere rispettati per evitare sanzioni e problemi con l’amministrazione fiscale.

Come annullare una fattura elettronica

La fatturazione elettronica è un sistema di emissione e trasmissione di fatture attraverso il web, introdotto in Italia dal 2019. In questo articolo, spiegheremo come annullare una fattura elettronica.

Si Può Annullare una Fattura Elettronica?

Sì, è possibile annullare una fattura elettronica. In alcuni casi, potrebbe essere necessario annullare una fattura elettronica perché è stata emessa in modo errato o perché la transazione commerciale a cui si riferisce non è andata a buon fine.

Come Annullare una Fattura Elettronica Emessa Ma non ancora inviata

Per annullare una fattura elettronica non ancora inviata, basta semplicemente eliminarla dal proprio sistema di fatturazione. Una volta emessa e salvata, una fattura elettronica non può essere modificata o cancellata. Pertanto, è importante verificare attentamente i dati inseriti prima di procedere all’emissione. Se la fattura contiene un errore ma non si è ancora proceduto all’invio, è sufficiente eliminarlo definitivamente dalla propria piattaforma e crearne una nuova corretta. È importante assicurarsi di seguire le linee guida stabilite dall’Agenzia delle Entrate per l’emissione delle fatture elettroniche.

Annullare una fattura elettronica scartata dal Sistema di Interscambio

Quando una fattura elettronica inviata al Sistema di Interscambio (SdI) è scartata perché contenente errori, non può più essere annullata. Una volta emessa e inviata, una fattura elettronica non può essere modificata o cancellata. Pertanto, il primo passo da fare in questo caso è correggere gli errori della fattura scartata e inviarla nuovamente al SdI entro 5 giorni dalla data della notifica di scarto. In questo specifico caso è fondamentale assicurarsi di utilizzare lo stesso numero e la stessa data della fattura originale. In alternativa è anche possibile emettere una nuova fattura corretta con nuovo numero e data, seguendo le indicazioni dell’Agenzia delle Entrate. In ogni caso, è sempre consigliato consultare e seguire le linee guida stabilite dall’Agenzia delle Entrate per l’emissione delle fatture elettroniche.

Fattura elettronica rifiutata dalla pubblica amministrazione

La Pubblica Amministrazione può rifiutare una fattura elettronica anche se è stata già approvata dal Sistema di Interscambio (SdI). Ci sono due modi in cui questo può avvenire:

  1. la Pubblica Amministrazione può inviare una “Notifica di esito negativo“, in cui notifica gli errori presenti nella fattura
  2. può rifiutare la fattura dopo averla già accettata o più di 15 giorni dopo averla ricevuta senza prima segnalare eventuali problemi.

In questi casi, la Pubblica Amministrazione potrebbe contattare direttamente il mittente della fattura per richiedere una nota di credito e una nuova fattura elettronica. È importante correggere gli errori il prima possibile per evitare sanzioni in caso di controlli delle autorità.

Come annullare una fattura elettronica

Nota di credito fattura elettronica

La nota di credito è un documento utilizzato per annullare o modificare una fattura già emessa. Con l’entrata in vigore della fattura elettronica, l’emissione di una nota di credito diventa simile all’emissione di una fattura elettronica stessa. Anche la nota di credito deve essere trasmessa attraverso il Sistema di Interscambio (SdI) utilizzando il codice operativo TD04. In alcuni casi, non è necessario emettere una nota di credito. Ad esempio:

  • l’IBAN è diverso
  • i campi della fattura elettronica (FE) sono compilati in modo improprio
  • l’indirizzo PEC è errato ma la fattura è stata comunque ricevuta dallo SdI
  • l’importo totale è sbagliato ma l’imponibile e l’IVA sono corretti.

Come fare nota di credito fattura elettronica

La necessità di sapere come annullare una fattura elettronica è nata sin da quando è entrato in vigore l’obbligo della fatturazione elettronica. A questa necessità si è affiancata anche quella di sapere come emettere una nota di credito. Vogliamo quindi ricordare brevemente le caratteristiche principali delle note di credito. La nota di credito ha caratteristiche simili a una fattura ordinaria, ma deve essere indicata come “nota di credito” e deve contenere alcune informazioni specifiche. In particolare, devono essere specificati:

  1. data di emissione
  2. numero progressivo
  3. dati dell’emittente
  4. dati del destinatario
  5. tipo di pagamento.

Inoltre, dev’essere fornita una descrizione della prestazione, che può essere l’importo totale nel caso di annullamento della fattura o l’importo da rettificare in caso di modifica della fattura. Altre informazioni da includere sono le modifiche all’IVA, alla rivalsa INPS e alla ritenuta d’acconto. Nel caso in cui sia apportata una modifica alla rivalsa INPS o all’IVA, questi importi devono essere indicati in negativo. Se è apportata una modifica alla ritenuta d’acconto, deve essere indicata in positivo. È importante compilare correttamente la nota di credito per evitare sanzioni in caso di controlli delle autorità. È anche importante tenere traccia delle note di credito emesse, in modo da poterle utilizzare come riferimento in futuro, se necessario.