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Small business: definizione del modello e guida pratica

Gli small business rappresentano sempre più una componente importante nel panorama economico globale. Secondo gli ultimi dati rilasciati dall’OCSE, il numero di imprese che possono essere classificate come small business, vale a dire con un numero di dipendenti inferiori a 50 unità, è in costante crescita negli ultimi dieci anni in tutti i paesi membri. In particolare, in Italia si stima che le imprese cosiddette small business corrispondano a circa il 95% del tessuto imprenditoriale nazionale e diano lavoro a oltre il 65% degli addetti del settore privato.

Questa tendenza è confermata anche dagli Stati Uniti, paese dove tradizionalmente il modello dello small business ha da sempre rivestito un ruolo primario nella dinamica economica. Secondo gli ultimi dati pubblicati dallo U.S. Small Business Administration Office of Advocacy, nel 2021 le piccole e medie imprese con meno di 500 dipendenti rappresentavano circa il 99,9% di tutte le imprese statunitensi, e nello stesso anno impiegavano 47,1% della forza lavoro privata.

Il modello dello small business risulta inoltre determinante anche a livello di contributo al prodotto interno lordo: in Germania, ad esempio, le piccole e medie imprese contribuiscono per circa il 50% al PIL nazionale secondo quanto riportato dal KfW Bankengruppe.

In sintesi, l’analisi comparata di dati certi e ufficiali raccolti da istituzioni come l’OCSE e l’Eurostat dimostra come gli small business rappresentino ormai un fattore imprescindibile per le economie dei principali paesi sviluppati in termini di occupazione, tessuto sociale e contributo alla ricchezza nazionale.

Small business: Cos’è uno small e quali caratteristiche lo contraddistinguono

Con la locuzione small business, in italiano tradotta come “piccola impresa”, ci si riferisce a un particolare modello imprenditoriale caratterizzato da dimensioni organizzative contenute e da specifiche modalità di gestione.

La categoria degli small business include tutte quelle realtà aziendali che impiegano un numero esiguo di dipendenti, solitamente non superiore a 10 unità, e che presentano un fatturato medio-basso se parametrato a quello delle grandi imprese. Caratteristica distintiva è proprio la dimensione snella della compagine societaria, composta tipicamente dai soci fondatori o da un pool ristretto di collaboratori. Ciò consente flessibilità decisionale e rapidità di esecuzione nelle scelte manageriali.

Gli small business sono diffusi in molti settori, dal commercio ai servizi, e giocano un ruolo determinante nell’economia locale grazie alla capacità di creare nuovi posti di lavoro. Rispetto alle grandi aziende presentano alcuni svantaggi, come minori economie di scala, tuttavia sfruttano al meglio la fatturazione elettronica e le potenzialità del digitale per massimizzare efficienza ed essere competitivi anche a livello sovralocale.

Small business

Come avviare uno small business: Tutorial per avviare con successo uno small business

Avviare con successo uno small business richiede l’adozione di una metodologia strutturata. Ecco i principali step da seguire per impostare correttamente il modello di business:

  1. Analisi di mercato: ricercare le opportunità analizzando i trend di domanda e i possibili canali di vendita/erogazione del servizio. Ciò consente di validare l’idea imprenditoriale.
  2. Piano strategico e operativo: definire obiettivi, strategie commerciali e relative azioni. Necessario prevedere una scalabilità del modello per consentire la crescita progressiva del fatturato.
  3. Studio economico-finanziario: preventivare con accuratezza i costi e i ricavi, programmando le fonti di finanziamento iniziali. Importante dimostrare la sostenibilità del business plan.
  4. Scelta della forma giuridica: valutare se operare come ditta individuale o società (SRL, SRLS) considerando la normativa fiscale e contabile di riferimento.
  5. Gestione fatturazione elettronica: affrontare gli aspetti amministrativi e la corretta emissione/ricezione delle fatture digitali al fine di assolvere agli obblighi di legge.
  6. Marketing e promozione: definire le strategie di promozione e le tecniche pubblicitarie più idonee in base al target, anche attraverso l’uso dei social media.

Applicando con metodo queste linee guida è possibile intraprendere l’attività di small business in modo strutturato e avere maggiori chance di successo nel medio-lungo periodo. Un business pianificato e gestito in maniera oculata riuscirà ad affrontare meglio le inevitabili difficoltà imprenditoriali, adattandosi con flessibilità ai cambiamenti di mercato. Inoltre, grazie a una visione di lungo termine e a obiettivi chiari e misurabili sarà più facile raggiungere la sostenibilità economica ed espandere progressivamente il proprio business.

Rischio d’Impresa: tipologie e fattori determinanti

I soggetti che intendono aprire una partita IVA per esercitare in forma autonoma un’attività economica devono aver piena consapevolezza della componente di Rischio d’Impresa implicita in tale decisione. Quando si decide di fare impresa, infatti, ci si espone a rischi di natura gestionale, finanziaria e industriale connessi all’incertezza dell’iniziativa.

Principalmente i rischi riguardano la sostenibilità economica dell’attività nel tempo, l’evoluzione del contesto competitivo e normativo di riferimento, gli squilibri eventuali nella gestione amministrativa e contabile. Potrebbero altresì emergere problematiche legate al reperimento della clientela, alla volatilità dei prezzi delle materie prime e all’insorgere di concorrenti aggressivi sul mercato.

Per ridurre il grado di aleatorietà connesso all’apertura della partita IVA e alla gestione dell’impresa, risulta fondamentale un’attenta valutazione preventiva di fattibilità, conoscenza approfondita del settore e predisposizione di un business plan realistico, oltreché il ricorso a forme di tutela assicurativa. Solo così sarà possibile intraprendere con successo il percorso imprenditoriale riducendo al minimo i potenziali rischi.

Rischio di impresa: le diverse tipologie

Quando si avvia un’attività imprenditoriale è fondamentale considerare accuratamente il concetto di rischio di impresa, che può presentarsi sotto diverse forme. Rischio da mercato, rischio finanziario, rischio operativo, rischio strategico: tutte queste componenti influenzano l’andamento dell’azienda e vanno gestite adeguatamente.

Il rischio di mercato è connesso ad esempio alle fluttuazioni della domanda, all’insorgere di nuovi concorrenti, all’evoluzione delle preferenze dei consumatori. Il rischio finanziario interessa invece l’esposizione ai tassi d’interesse e la liquidità aziendale.

Ancora, il rischio operativo è legato alla possibilità di insuccessi produttivi o di interruzioni della catena di fornitura, mentre quello strategico concerne scelte manageriali che possono rivelarsi errate, come nuovi investimenti, ampliamento della gamma offerta, modifiche organizzative.

È importante che l’imprenditore sia consapevole di tutte le tipologie di rischio insite nell’attività e le tenga in considerazione nella gestione aziendale, adottando se necessarie tecniche di copertura come la diversificazione, le assicurazioni, le clausole nei contratti. Solo mitigando in modo scientifico il rischio al proprio interno è possibile massimizzare le probabilità di successo e sviluppo nel lungo termine.

Rischio d’Impresa

Rischio d’Impresa: tutti i fattori industriali, finanziari e gestionali alla sua base

Avviare un’impresa implica una sana valutazione del Rischio d’Impresa, influenzato da molteplici fattori. I rischi industriali dipendono dalle caratteristiche del settore di attività e dalla sua ciclicità. Un contesto maturo e saturato presenta maggiori insidie rispetto ad un mercato in forte espansione.

I fattori finanziari rivestono un ruolo di primaria importanza per la valutazione del rischio connesso all’avvio di un’impresa. In particolare, la disponibilità iniziale di capitale proprio è fondamentale per affrontare la fase di start-up, sostenendo i costi di avviamento e primo funzionamento in attesa che l’attività decolli.

Anche la struttura dei flussi di cassa prevista, con la tempistica di incasso delle vendite e di pagamento dei fornitori, incide significativamente: squilibri di cassa potrebbero portare a problemi di liquidità.

Rilevante risulta altresì la modalità di finanziamento prescelta, ad esempio attraverso ricorso ad investitori esterni o al sistema bancario: in tal caso, andrà valutato attentamente il grado di indebitamento risultante e la sostenibilità degli oneri finanziari.

Una buona strutturazione di questi elementi fondanti è fondamentale per ridurre l’aleatorietà dell’iniziativa imprenditoriale e assicurarne la tenuta economico-finanziaria nel medio-lungo termine. Una dotazione patrimoniale solida e l’apertura di una partita IVA costituiscono presupposti più favorevoli per superare le eventuali crisi di liquidità.

Rilevanti infine i profili gestionali: competenze ed esperienza imprenditoriale, capacità manageriale, organizzazione aziendale e qualità del business plan. Scelte strategiche errate o sottovalutazione dei rischi possono minare la solidità di una startup.

Mitigare tali componenti di rischio richiede approfondita analisi preventiva e costante monitoraggio nel tempo, adottando ove necessario tecniche di copertura per ridurre al minimo il grado di incertezza connaturato ad ogni attività d’impresa.

Attività che non esistono in Italia: le differenze tra mercato del lavoro italiano e internazionale

Negli ultimi anni, la globalizzazione dei mercati e l’evoluzione di gusti e stili di vita hanno portato all’emergere di nuove professioni e tipologie di impresa in molti Paesi, mentre alcune di esse risultano ancora inadeguatamente rappresentate nel tessuto produttivo italiano. In sostanza sono molte le attività che non esistono in Italia! Secondo dati Istat, nel nostro Paese sono ancora pochissime ad esempio le aziende di videogiochi, pur essendo l’Italia tra i principali mercati a livello globale per l’industria dell’entertainment. Solo l’1,2% del fatturato internazionale del settore proviene da studio di sviluppo italiani (Fonte: AESVI).

Anche le professioni legate alla sharing economy, che dagli Stati Uniti si stanno diffondendo in tutto il mondo, sono poco diffuse in Italia. Gli addetti al car sharing e al bike sharing coprono solo lo 0,3% degli occupati nazionali secondo l’Istat, a fronte di quote ben più elevate in Germania (1,2%), Francia (0,9%) e UK (0,7%).

Analogamente, le figure del digital marketer e del social media manager, ormai basilari in molte imprese estere, sono ancora di nicchia nel nostro tessuto produttivo. L’Osservatorio JobPricing stima che tali profili professionali siano presenti in appena lo 0,05% delle aziende italiane. Questi dati dimostrano come alcune attività emergenti a livello internazionale siano da introdurre e incentivare anche nel nostro Paese per adattare l’economia alle trasformazioni in atto.

Attività che non esistono in Italia: le professioni non presenti nel mondo del lavoro italiano

Il panorama del mercato del lavoro italiano presenta alcune peculiarità rispetto ad altri contesti internazionali, evidenziando l’assenza di determinate figure professionali. Un esempio è rappresentato dai social media manager, che in Italia stanno iniziando a diffondersi solo di recente nonostante il ruolo strategico ricoperto nella promozione del brand aziendale tramite piattaforme digitali. Altra figura ancora poco sviluppata è quella del community manager, specializzato nella gestione e moderazione di comunità online.

Ugualmente sottodimensionata rispetto ad altri paesi risulta la figura del college counselor, ovvero il responsabile del counseling universitario che orienta e supporta gli studenti nella scelta dei percorsi formativi post-diploma. Tale ruolo ricopre un’importanza primaria in sistemi dove il passaggio al livello terziario dell’istruzione è molto più articolato.

Infine, sembrano mancare prospettive di impiego e idee imprenditoriali nell’ambito dello sviluppo di applicazioni per realtà aumentata e virtuale, nonostante le potenzialità di queste tecnologie siano ormai ampiamente riconosciute. Si tratta di alcuni esempi di come la struttura del mercato del lavoro italiano presenti ancora margini di sviluppo per l’inserimento di nuove professioni emergenti a livello internazionale, capaci di generare opportunità occupazionali altamente qualificate.

Attività che non esistono in Italia:

Attività commerciali straniere assenti sul territorio nazionale

Il tessuto commerciale e imprenditoriale italiano presenta ancora alcune significative differenze rispetto ad altri contesti internazionali, evidenziando l’assenza sul territorio nazionale di catene distributive estere particolarmente diffuse a livello globale.

Uno degli esempi più eclatanti è la bassa penetrazione dei grandi discount alimentari come Aldi e Lidl, in forte espansione in Germania, Francia e Spagna ma solo di recente approdati in Italia. Altro caso sono le librerie universitarie statunitensi Barnes & Noble, leader mondiale del settore, che non hanno mai aperto sedi nel nostro Paese.

Ugualmente carente risulta la presenza di fast food come Taco Bell e Wendy’s, popolarissimi negli Stati Uniti ma sconosciuti al pubblico italiano. A differenza di quanto avviene in altre grandi economie, risultano ancora poco diffuse catene specializzate nella vendita diretta di elettrodomestici ed elettronica come la tedesca Saturn.

Le ragioni di tali mancate penetrazioni vanno ricercate in barriere normative, culturali e dimensionali del mercato. Tuttavia, il consolidamento di alcune di queste insegne potrebbe generare nuove opportunità di reddito da lavoro autonomo come franchisee e favorire una concorrenza potenzialmente vantaggiosa per i consumatori.

Come fare soldi partendo da zero: ripartire da capo con il nuovo anno

È indubbio che all’inizio di ogni anno, quando comunemente si traccia il bilancio del precedente periodo e si sceglie quali obiettivi perseguire nei mesi a venire, siano in molti a porsi l’interrogativo su come fare soldi partendo da zero e intraprendere nuove strade lavorative per generare quell’autonomia economica che consenta maggior margine decisionale.

Soprattutto dopo i notevoli stravolgimenti degli ultimi anni, sono sempre più le persone desiderose di trovare il proprio spazio sul mercato del lavoro o di valorizzare talenti e competenze in maniera indipendente e redditizia. C’è voglia di partire da zero e costruire qualcosa di solido e duraturo.

Ecco allora che la ricerca di idee per fare soldi anche senza esperienza o capitale iniziale diventa un topic particolarmente sentito all’inizio di ogni anno, quando fresche di motivi di cambiamento e desiderio di autodeterminazione si annidano nelle menti di molti. Comprenderne le opportunità, anche solo come integrazione del reddito familiare, è quindi una tematica che interessa una platea ampia.

Come fare soldi partendo da zero: alcune idee molto promettenti

Come generare reddito partendo da zero sono possibili diverse idee promettenti che possono essere sviluppate anche con un basso capitale iniziale. Una di queste riguarda la creazione di reddito passivo attraverso la pubblicazione di ebook su store online. Scrivendo un contenuto di valore su un determinato argomento e promuovendolo attraverso i propri canali, è possibile monetizzare le vendite nel tempo senza un costante impegno attivo.

Un’altra opportunità è offrire servizi online come la creazione di siti web, consulenza digitale o corsi online su piattaforme come Udemy. Anche in questo caso, pianificando contenuti formativi di qualità è possibile generare un flusso di entrate ricorrente. Da considerare è anche l’home staging, ovvero il ristrutturare e allestire case altrui per renderle pronte alla vendita. Con una buona organizzazione e capacità di marketing, il giro d’affari può crescere rapidamente.

Altre vie praticabili riguardano il private blogging, il commercio online su Amazon o l’affiliazione per i prodotti altrui. Con costanza e ottimizzazione continua, queste idee possono dimostrarsi valide fonti di reddito aggiuntivo o principale.

Come fare soldi partendo da zero

Come fare soldi online partendo da zero: occhio alla fatturazione e alla corretta contabilità

Generare reddito online partendo da zero comporta alcune accortezze burocratiche da non sottovalutare come la fatturazione e la contabilità.

Se anche con idee creative come ebook, corsi digitali o affiliazione è possibile avviare un’attività senza capitale iniziale, superata una certa soglia di compensi è necessario aprire partita IVA e adempiere agli obblighi di monitoraggio fiscale.

Gestire la contabilità in modo chiaro sin da subito, così come emettere fatture elettroniche secondo lo standard previsto dalla normativa, risulta fondamentale per lavorare in piena regola ed evitare potenziali sanzioni.

Anche chi inizia da zero con piccole prestazioni occasionali dovrebbe informarsi per aprire attività senza soldi ne spese iniziali, ad esempio con il regime forfettario. Solo documentando correttamente entrate e uscite tramite i registri IVA si potrà dimostrare la liceità dell’impresa nel tempo, facendola eventualmente crescere fino a diventarne l’unica fonte di reddito. Attenzione alla fatturazione e alla contabilità appaiono dunque elementi chiave per trasformare un’idea imprenditoriale online in un lavoro duraturo e sicuro anche dal punto di vista amministrativo.

Hobbisti: chi sono e come possono fatturare

Gli hobby stanno diventando sempre più una risorsa economica anche in Italia. Sono infatti in crescita gli hobbisti che riescono a trasformare la propria passione in un’integrazione di reddito.

Oltre ad essere un piacevole passatempo che consente di coltivare interessi e sviluppare abilità manuali e creative, gli hobby offrono infatti opportunità per fare business e guadagnare. Grazie ai social network e all’e-commerce risulta oggi molto più semplice promuovere i propri manufatti e metterli in vendita, raggiungendo potenziali clienti ovunque.

Alcuni hobbisti si sono specializzati nella creazione di articoli originali e di nicchia, facendosi apprezzare da community online disposte a pagare prezzi remunerativi. Altri propongono corsi e consulenze mettendo a frutto le proprie competenze. C’è anche chi partecipa ad eventi e fiere di settore per promuovere la propria attività.

Con un piccolo investimento iniziale e sfruttando le opportunità del digitale, molti riescono oggi a ricavare dai propri hobby un flusso di entrate extra tutto da aggiungere allo stipendio. Un’integrazione di reddito facile, veloce e soprattutto legata a qualcosa di appagante come il coltivare i propri interessi.

 

Hobbisti: chi sono, cosa fanno e il loro business

Gli hobbisti si possono definire come coloro che dedicano il proprio tempo libero ad attività creative e manuali a titolo non professionale. I settori di riferimento sono i più vari, come l’artigianato, la ceramica, la lavorazione del legno, la sartoria, la cucina e la gastronomia.

Le motivazioni principali sono il piacere della manualità nel realizzare manufatti originali, della sperimentazione e dell’apprendimento di nuove tecniche.

Spesso però, grazie alle abilità acquisite, gli hobbisti iniziano a ricevere commissioni o richieste sempre più consistenti, fino ad arrivare a proporsi come veri e propri professionisti.

In questi casi, superata una certa soglia di ricavi, si rende necessario aprire una partita IVA e dichiarare la propria attività come lavoro autonomo vero e proprio. Compiere questo passaggio è importante sia per poter emettere fatture e ricevute fiscali, sia per pagare le tasse dovute.

La passione può così trasformarsi in un’opportunità di guadagno, mantenendo comunque sempre lo spirito creativo e sperimentale dell’hobby.

Gli hobbisti che decidono di aprire partita IVA devono classificare correttamente la propria attività (artigianato, consulenza, design ecc.) per rispettare gli obblighi fiscali e contributivi previsti. È inoltre fondamentale dotarsi della strumentazione necessaria per la contabilità, come l’emissione di fatture elettroniche. Per chi vuole promuovere la propria attività ed entrare in contatto con nuovi potenziali clienti, risulta strategico creare una presenza online curata tramite sito web o social network. Allo stesso tempo è bene partecipare a fiere ed eventi di settore per farsi conoscere e allargare la propria rete di contatti. Con le giuste competenze e una gestione oculata, l’hobby può davvero trasformarsi in un’integrazione di reddito duratura e appagante.

Hobbisti

Hobbista: le opportunità per fatturare

Gli hobbisti che desiderano trarre un reddito integrativo dalla propria passione hanno oggigiorno diverse possibilità. La vendita diretta dei propri manufatti su vetrine digitali, come marketplace e siti di e-commerce, rappresenta un’opzione pratica per raggiungere una platea vasta di potenziali clienti anche per chi svolge un secondo lavoro online.

Promuovere i propri prodotti e servizi su social network specializzati, blog personali o community del settore facilita inoltre la visibilità del brand. Alcuni hobbisti scelgono di erogare consulenze, organizzare corsi e laboratori didattici per trasmettere le proprie abilità: un’occasione per fatturare grazie a una propria attività formativa.

Il “crowdfunding” e le raccolte fondi online sono strumenti utili per finanziare progetti creativi e innovativi, mentre le commissioni e le collaborazioni con aziende consentono di ampliare il giro d’affari sfruttando le competenze acquisite. Infine, aperture di minimarket, negozi o punti vendita temporanei in fiere rappresentano valide alternative per la commercializzazione dei manufatti, garantendo l’emissione di regolare fatturazione elettronica.

Soft skills e hard skills: le competenze del futuro per il successo professionale

Oggi per incrementare il fatturato aziendale e rimanere competitivi sul mercato, diventa sempre più importante possedere le giuste conoscenze e capacità. Sia le hard skills legate alle specifiche competenze tecniche del proprio settore, sia le soft skills trasversali come il problem solving, il lavoro in team e la comunicazione risultano determinanti.

Con l’introduzione dell’obbligo di fatturazione elettronica ad esempio, le conoscenze informatiche diventano basilari per gestire in modo efficiente i processi amministrativi. Ma anche le abilità relazionali, di project management e di gestione dello stress risultano utili a fronteggiare i cambiamenti normativi.

Solo dotandosi del mix vincente tra competenze tecniche e trasversali è possibile far crescere al meglio il business aziendale e cogliere nuove opportunità in un contesto in rapida evoluzione come quello attuale.

 

Soft skills e hard skills: impariamo a conoscerle partendo dalle Soft

Le soft skills rivestono un ruolo fondamentale nell’ambito della formazione aziendale, in quanto trasversali a qualsiasi settore professionale e processi organizzativi.

Risulta ampiamente documentato che la presenza di soft skills efficienti sia fattore abilitante per l’innovazione e la crescita di business, poiché permettono una circolazione delle informazioni fluida, la gestione ottimale dei team nonché rapporti efficaci con clienti e partner commerciali.

Molte imprenditori riconoscono come proprio più Soft skills che Hard skills in termini di valore aggiunto al core business e alla competitività sul mercato. Investire quindi nel potenziamento attraverso la formazione aziendale di soft skills come comunicazione, problem solving, lavoro in squadra, si traduce in vantaggi concreti in termini di maggiore produttività ed engagement dei dipendenti.

Lo sviluppo di soft skills risulta oggi parte integrante di una strategia di gestione del capitale umano lungimirante, tesa a massimizzare contributo del fattore lavoro nel contesto aziendale grazie a sinergie tra competenze tecniche verticali e abilità trasversali.

  1. Comunicazione efficace – La comunicazione efficace permette di farsi comprendere in modo chiaro e diretto dai diversi interlocutori, ascoltandone attivamente i feedback. Richiede anche abilità nella negoziazione e nel saper gestire efficacemente riunioni e presentazioni.
  2. Problem solving – Abilità fondamentale per individuare con metodo causali e soluzioni di eventuali problemi in stretta collaborazione con i colleghi. Comporta capacità di sintesi e analisi nonché orientamento all’obiettivo.
  3. Gestione dello stress – Cruciale per conservare lucidità anche in contesti operativi densi di scadenze e imprevisti, dosando correttamente le energie ed evitando un eccessivo carico di lavoro.
  4. Adattabilità e flessibilità – Consente di districarsi con disinvoltura in scenari multidimensionali, aggiornando rapidamente le proprie conoscenze e skill in funzione dei cambiamenti.
  5. Teamworking – Presuppone lavoro collaborativo, condivisione di ruoli e una visione comune stimolata dal confronto costruttivo anche nella gestione di opinioni divergenti.
  6. Creatività – Capacità di elaborare soluzioni nuove e alternative, fuori dagli schemi, individuando associazioni originali di idee e prospettive inesplorate.

Tali abilità risultano sempre più sviluppate attraverso percorsi di formazione aziendale tesi a integrare le competenze tecniche con quelle trasversali.

Hard skills e soft skills… E ora passiamo alle Hard

Le hard skill sono quelle competenze tecniche e specialistiche fondamentali nel mondo del lavoro contemporaneo e indispensabili per portare avanti con successo la vision aziendale.

Per contribuire al raggiungimento degli obiettivi strategici e della mission, è necessario dotarsi di una solida preparazione trasversale in campi quali le lingue straniere, le conoscenze digitali e informatiche, le abilità di project management.

Sapersi orientare negli scenari globali operando in inglese e talvolta in altre lingue è cruciale per una società che vuole espandersi oltre i propri confini. Non basta più una specializzazione verticale, serve sviluppare competenze orizzontali complementari come la capacità di gestire team multiculturali, portare a termine progetti in linea con la vision, elaborare e analizzare dati per prendere decisioni strategiche.

  1. Conoscenze specialistiche e tecniche: Conoscenza approfondita di una o più aree specifiche come l’informatica, la finanza, l’ingegneria etc. Padronanza degli aspetti teorici e pratici di un determinato settore.
  2. Competenze digitali: Padronanza nell’uso di software, sistemi informatici e strumenti digitali, dalle basi di programmazione ai programmi di grafica, videoscrittura, elaborazione dati, reti e connessioni internet.
  3. Lingue straniere: Conoscenza fluida sia scritta che orale di una o più lingue straniere, livello B2 o superiore secondo il Quadro Comune Europeo di Riferimento per la conoscenza delle lingue.
  4. Conoscenze scientifiche e matematiche: Solida preparazione in discipline quali fisica, chimica, biologia, con capacità di analisi logica, risoluzione di problemi anche complessi e utilizzo di modelli matematici e statistici.
  5. Gestione di progetti e attività operative: Abilità nella programmazione, organizzazione e monitoraggio di progetti, definizione di tempistiche e responsabilità, gestione di risorse e budget per raggiungere obiettivi.
  6. Abilità analitiche e di project management: Capacità di analizzare problemi complessi, raccogliere e interpretare correttamente dati e informazioni, gestire il ciclo di vita di un progetto avvalendosi di opportune metodologie.

Le hard skill si apprendono anche sul campo ma è importante che rispecchino la vision aziendale già in fase di inserimento, attraverso uno studio approfondito di materie coerenti ed esperienze pratiche in contesti allineati agli obiettivi di lungo periodo dell’azienda. Solo così il proprio bagaglio di competenze potrà essere strategicamente rilevante.

Green Jobs: professionalità emergenti nel settore dell’economia circolare e dell’energia rinnovabile

I green jobs sono sempre più delle professioni emergenti, in grande ascesa e di successo nell’economia circolare e delle energie rinnovabili in Italia e nel mondo. Secondo i dati Eurostat, negli ultimi 5 anni le occupazioni legate all’economia verde sono aumentate del 30% in Europa. In Italia si stima siano oltre 135.000 i posti di lavoro creati in questo settore nel periodo 2010-2020, con una crescita media annua del 5,7%.

Uno studio dell’ILO (International Labour Organization) prevede che nei prossimi 10 anni più di 24 milioni di lavoratori dovranno essere assunti nella sola UE per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione al 2030, soprattutto come tecnici per l’efficienza energetica e installatori di pannelli fotovoltaici.

In ambito di economia circolare, l’agenzia Circle Economy ha calcolato che nel 2050 in Europa vi sarà richiesta per 5,7 milioni di green jobs, grazie allo sviluppo di nuovi materiali biodegradabili, all’ottimizzazione della raccolta differenziata e al riciclo chimico avanzato.

In questo contesto l’Italia intende creare almeno 100.000 nuovi posti di lavoro green entro il 2030, come annunciato dal PNRR. I green jobs rappresentano quindi sbocchi occupazionali in forte crescita nel futuro prossimo.

Green Jobs: professionalità nel settore dell’efficienza energetica

Il settore dell’efficienza energetica rappresenta una frontiera di primario interesse per progettare i lavori del futuro nel solco della transizione ecologica. I tecnici energetici si occupano di installazione e manutenzione di impianti da fonti rinnovabili, garantendone il corretto funzionamento e la piena conformità alle normative di riferimento. Gli esperti in diagnosi energetiche effettuano audit presso edifici pubblici e civili al fine di identificare interventi prioritari per il contenimento dei consumi.

I progettisti di impianti rinnovabili studiano sistemi innovativi per sfruttare risorse naturali quali sole, vento e idrogeno verde, fornendo un contributo decisivo ai lavori del futuro. Gli esperti in certificazioni collaudano gli interventi realizzati certificandone l’efficacia in termini di risparmio energetico e riduzione emissioni, secondo standard internazionali.

Tali professionalità rappresentano figure chiave per guidare la transizione del tessuto produttivo verso modelli sostenibili e a basse emissioni nell’ambito dei lavori del futuro. La domanda di queste figure professionali è destinata a crescere significativamente nei prossimi anni, alla luce degli obiettivi vincolanti di decarbonizzazione fissati a livello internazionale e degli incentivi previsti nell’attuale normativa italiana. Oltre alle competenze tecniche specifiche, queste professionalità dovranno sviluppare anche capacità di relazione e progettazione per assistere cittadini e imprese nella transizione.

Per le associazioni di categoria, entro il 2030 saranno necessari almeno 120.000 “green jobs” aggiuntivi in Italia, che andranno a compensare i posti di lavoro persi in alcuni settori inquinanti. Gli ambiti più strategici riguarderanno l’agricoltura biologica, l’economia circolare, l’elettrificazione dei trasporti e la forestazione sostenibile.

Il supporto da parte di istituti tecnici, università e centri di formazione continua sarà dunque cruciale per formare le competenze necessarie e rendere il nostro paese all’avanguardia nei green jobs del futuro.

Green Jobs

Green job: nuove figure nell’ambito della circular economy

L’economia circolare è una priorità per rendere compatibile lo sviluppo economico con la tutela ambientale, grazie anche alle nuove figure professionali che operano in questo settore. Gli esperti nella gestione rifiuti sviluppano sistemi innovativi per il riciclo e il recupero valorizzando scarti di produzione attraverso l’upcycling.

I progettisti di processi a basso impatto pianificano l’ottimizzazione dei cicli produttivi al fine di minimizzare sprechi e interventi di bonifica. I tecnici nella bonifica si occupano della caratterizzazione e risanamento di siti industriali dismessi per riqualificarli ai fini dell’insediamento di nuove attività, beneficianti di agevolazioni imprese.

Gli esperti di automazione applicata al riciclo meccanizzano e digitalizzano la selezione differenziata aumentandone l’efficienza. Tali professionalità risultano essenziali per conferire nuovo impulso all’economia circolare e guidare l’industria e il terziario verso un modello che valorizzi davvero le risorse. Negli ultimi anni sono nati in Italia numerosi corsi di laurea e master specificamente dedicati alla formazione nell’ambito dell’economia circolare e delle nuove professioni a essa correlate.

Gli atenei di Bologna, Padova e Torino vantano per esempio corsi di laurea magistrale in Ingegneria ambientale a indirizzo economia circolare, che forniscono competenze trasversali sulla progettazione eco-sostenibile di prodotti e processi. Si tratta di un settore in forte sviluppo che offre concrete opportunità occupazionali, anche grazie alle agevolazioni per le aziende che investono su tecnologie e competenze chiave.

 

Come funziona una holding: Il modello organizzativo e le diverse tipologie a confronto

È ancora un quesito diffuso quello relativo al funzionamento di una holding. In tanti, infatti, si chiedono come funziona una holding e com’è strutturata veramente. Si tratta di una particolare struttura aziendale che, sebbene largamente impiegata, non è sempre chiara a molti.

Una holding è una società il cui scopo primario è la detenzione di partecipazioni azionarie in altre società, definiti “partecipazioni finanziarie”. Essa non svolge un’attività operativa propria, limitandosi a sostenere le società controllate tramite la fornitura di servizi amministrativi, finanziari, strategici e organizzativi.

Le holding consentono di razionalizzare i processi aziendali di gruppo, ottimizzare la gestione delle risorse finanziarie e realizzare economie di scala. In Italia la forma giuridica più diffusa è la Srl (società a responsabilità limitata), ma molte assumono anche la forma di SpA.

Secondo dati Istat, nel nostro Paese le holding costituiscono ormai il 2,3% circa di tutte le società di capitali presenti. In particolare, in Lombardia si concentra il maggior numero di holding, pari al 18,4% del totale nazionale, seguite da Lazio (12,2%), Veneto (8,1%) ed Emilia Romagna (7,3%). I dati Istat confermano come le holding ricoprano un ruolo economico rilevante nel nostro Paese. In particolare, si osserva una netta concentrazione nelle regioni del Nord Italia.

La Lombardia, polo economico per eccellenza, ospita oltre 1 holding su 5 presenti sul territorio nazionale, una quota superiore alla somma delle incidenze del Lazio (12,2%) e del Veneto (8,1%), seconde e terze regioni per diffusione.

Cos’è una holding: il modello organizzativo

Il modello organizzativo delle holding prevede una netta separazione tra le attività di direzione strategica, svolte centralmente dagli organi apicali della società capogruppo, e le attività operative delegate alle singole società partecipate.

La capogruppo detiene tipicamente il controllo di diritto, attraverso la maggioranza dei voti esercitabili nell’assemblea, e di fatto grazie alla capacità di nominare amministratori e sindaci. Tuttavia non interferisce nella gestione corrente delle controllate, che godono di ampia autonomia e responsabilità.

La holding si occupa quindi di governance, programmazione e coordinamento generale nel rispetto dei principi di trasparenza, integrità e Responsabilità sociale d’impresa. Le società partecipate mantengono invece una propria individualità giuridica e organizzativa, concentrandosi sulle singole linee di business e territori di competenza.

Questo modello consente alle holding di perseguire efficacemente strategie di diversificazione e internazionalizzazione attraverso un approccio manageriale flessibile e sfruttando le sinergie di gruppo, pur tutelando l’autonomia gestionale delle consociate. La holding può inoltre offrire servizi trasversali quali amministrazione, finanza e controllo di gestione alle consociate, ottimizzandone i processi e riducendo i costi di struttura.

Al tempo stesso, centralizza l’accesso al credito e coopera con le banche per agevolare il reperimento delle risorse finanziarie di cui tutto il gruppo può beneficiare. Questo modello rende anche più efficiente la negoziazione di partnership, forniture e contratti di lungo periodo per conto dell’intero insieme aziendale.

Come funziona una holding

Come funziona una holding: le diverse tipologie

Esistono diverse tipologie di holding a seconda degli obiettivi strategici perseguiti. Le holding finanziarie detengono partecipazioni prevalentemente per ricavarne dividendi e plusvalenze da cessione, senza interferire nella gestione delle consociate.

Le holding industriali controllano invece società attive in diversi settori, pur con logiche di integrazione produttiva e commerciale tra loro, al fine di massimizzare sinergie e ottenere privilegi sul mercato grazie alle economie di fare impresa. Le holding patrimoniali detengono e rivalutano un portafoglio diversificato di asset senza attività industriali, mentre quelle di partecipazione acquisiscono solo minoranze per monetizzare nel tempo gli investimenti, supportare progetti di crescita e creare valore a lungo termine.

Particolarmente diffuse si sono inoltre affermate le holding miste, che combinano le logiche finanziarie e industriali secondo una diversa composizione di portafoglio a seconda dello specifico progetto strategico. Ciascuna tipologia deve ottimizzare la propria struttura per massimizzare la creazione di ricchezza in coerenza con la mission aziendale. È possibile che un’unica holding controlli al suo interno società appartenenti a più tipologie, perseguendo obiettivi plurali.

Idee imprenditoriali: come nasce un’idea imprenditoriale di successo

Le idee imprenditoriali di successo non possono considerarsi il frutto del caso, bensì richiedono un processo strutturato di ideazione e validazione. Esplorare nuove opportunità commerciali e tradurle in un modello di business vincente è tutt’altro che banale, comportando un percorso mentale che deve essere vagliato ed elaborato con saggezza. È innanzitutto necessario sviluppare una visione critica del contesto di riferimento, individuando con professionalità i principali trend, gap di mercato e potenziali profili di clientela.

 

Solo attraverso un’analisi attenta delle dinamiche competitive e dell’evoluzione delle preferenze dei consumatori è possibile generare idee imprenditoriali in grado di intercettare reali esigenze insoddisfatte. Una volta selezionata un’opportunità teoricamente promettente, risulta poi fondamentale testarne la fattibilità e la rispondenza al bisogno reale della base clienti mediante fasi pilota che consentano di perfezionare il value proposition prima del lancio vero e proprio sul mercato.

 

In questo senso, la validazione tecnica del business model attraverso strumenti di rendicontazione gestionale e la successiva concretizzazione dell’iniziativa imprenditoriale richiedono l’ausilio di soluzioni professionali come quelle legate alla fatturazione elettronica, che supportino il monitoraggio delle performance e l’ottimizzazione dei processi di back office. Solo agendo con sistematicità e avvalendosi delle migliori competenze è possibile massimizzare le probabilità di tramutare un’idea in un progetto imprenditoriale di effettivo successo.

Idee imprenditoriali: l’ideazione e la validazione dell’idea

L’ideazione e la convalida dell’idea costituiscono una fase critica nel processo di sviluppo di un’iniziativa imprenditoriale. È indispensabile effettuare accurate attività di market research al fine di comprendere appieno la struttura di mercato di riferimento, le dinamiche competitive in atto e i possibili trend disruptivi (vale a dire trend di mercato o innovazioni tecnologiche che sono in grado di modificare profondamente uno specifico settore economico, creando nuove opportunità ma anche minando posizioni consolidate). Solo raccogliendo dati e informazioni precise attraverso fonti istituzionali, report di settore, interviste one-to-one e gruppi di discussione è possibile identificare opportunità commerciali ancora inespresse e segmenti insoddisfatti di clientela.

Idee imprenditoriali

Una volta selezionata un’idea di business che appare promettente, è essenziale elaborare un business plan dettagliato per valutarne la fattibilità tecnica ed economico-finanziaria. È necessario definire chiaramente il modello di revenue, stimare i costi da sostenere, stilare previsioni su volumi e margini attesi in un rapporto risk-benefit.

Cruciale risulta poi testare sul mercato l’idea imprenditoriale, al fine di validarne gli assunti e migliorarne gli aspetti non rispondenti alle reali esigenze della customer base. Soltanto attraverso una fase pilota, in cui raccogliere il feedback di un campione di clienti target attraverso sondaggi post-vendita e focus group, è possibile apportare i necessari aggiustamenti al value proposition e al modello operativo prima del lancio vero e proprio.

Solo espletando in modo sistematico e professionale queste attività preliminari di market analysis e pre-testing sul campo è dunque possibile aumentare la probabilità di successo delle idee di business nel momento in cui sono portate strutturalmente sul mercato.

Idea imprenditoriale: la realizzazione dell’idea e la crescita dell’impresa

La realizzazione dell’idea imprenditoriale e la successiva fase di crescita dell’impresa risultano delicate e complesse. Una volta convalidata un’idea di business tramite un processo strutturato di market research e pre-testing, è necessario tradurla in un veicolo aziendale concreto, costituendo la società e identificando le risorse più idonee in termini di competenze manageriali, capacità tecniche e network relazionale.

Parallelamente, vanno definiti piani operativi dettagliati per coordinare in modo efficace le varie funzioni aziendali durante le delicate fasi di startup e scaling. Risulta essenziale implementare sistemi di controllo di gestione evoluti per monitorare costantemente performance, scostamenti e leva finanziarie. Assolutamente rilevante risulta poi impostare una governance solida basata su linee guida strategiche chiare, processi organizzativi allineati agli obiettivi e strutture decisionali snelle. Necessita promuovere una cultura aziendale propensa al cambiamento, all’innovazione e al lavoro per obiettivi.

Solo mediante un approccio scientifico e professionale nel portare avanti in contemporanea tutti questi fondamentali fattori abilitanti – come ad esempio l’utilizzo di piattaforme cloud per la contabilità e la fatturazione o servizi che consentano di guadagnare soldi extra svolgendo piccoli lavori – è possibile supportare in modo continuativo la crescita dimensionale e reddituale della startup, affermandola con successo sul mercato.

Investimenti aziendali: Le strategie migliori per la crescita e lo sviluppo dell’impresa

Gli investimenti aziendali costituiscono una voce fondamentale nel bilancio di ogni impresa e pianificarli al meglio è cruciale per garantire la crescita e lo sviluppo nel tempo. Esistono però molteplici strategie tra cui le aziende possono scegliere per indirizzare correttamente le risorse.

Innanzitutto è importante distinguerli in base all’oggetto: investimenti in capitale fisso come macchinari, impianti e infrastrutture; in capitale umano con formazione del personale; in ricerca e sviluppo per innovazione di prodotto; in marchi e brevetti.

Un altro criterio è legato alla temporalità: investimenti per esigenze correnti, finalizzati all’ordinaria amministrazione; di medio periodo per l’ampliamento della capacità produttiva; di lungo periodo con visione strategica pluriennale. Particolare attenzione meritano gli investimenti esteri, che consentono di conquistare nuovi mercati espandendosi all’estero in ottica internazionale.

Infine, le scelte possono basarsi sul ciclo di vita aziendale: investimenti per il lancio di start up innovative, per il consolidamento nella fase di crescita, oppure per il rinnovamento e il reengineering in ottica di turnaround nelle fasi mature o di crisi.

Con un’attenta pianificazione che tenga conto degli obiettivi, del profilo di rischio e dei fondi disponibili è possibile individuare la strategia di investimento più idonea alle singole esigenze.

 

Investimenti aziendali in innovazione e ricerca

L’innovazione e la ricerca costituiscono asset strategici per qualsiasi impresa che intenda svilupparsi nel lungo periodo e mantenersi competitiva in un contesto economico in rapido mutamento. Investire risorse in queste aree risulta quindi fondamentale per fare impresa in modo sostenibile.

Tra le principali voci di spesa finalizzata all’innovazione figurano l’assunzione di personale altamente specializzato – come data scientist, ingegneri, chimici – destinato a potenziare i laboratori di ricerca e sviluppo aziendali. Rilevante anche la quota di budget allocata annualmente in collaborazioni con centri universitari ed enti di ricerca, al fine di attingere nuove competenze e favorire il trasferimento tecnologico.

Importanti anche gli investimenti in proprietà intellettuale – brevetti, marchi, design – per tutelare il know-how aziendale e trarne un vantaggio competitivo brevettando le proprie scoperte. Senza dimenticare il capitolo digital trasformation, aspetto sempre più cruciale per l’implementazione di modelli open innovation e processo 4.0 condotti in ottica datadriven.

Una saggia allocazione delle risorse finanziarie verso queste direttrici rappresenta un formidabile moltiplicatore del valore aziendale, abilitando processi efficaci per fare impresa puntando sul fattore innovazione. Gli investimenti in R&S sono agevolabili fiscalmente attraverso il credito d’imposta per ricerca e sviluppo.

È fondamentale pianificare con accuratezza il processo di investimento in innovazione, indicando obiettivi, responsabilità e metriche per valutarne i risultati. Per le PMI risulta strategico accedere a fondi europei e nazionali destinati al sostegno di progetti innovativi, spesso erogati tramite bandi regionali.

Diversificazione conglomerale

Sviluppo impresa: Ottimizzazione dei processi e ampliamento dell’offerta

Le imprese che desiderano svilupparsi e garantirsi una crescita duratura nel tempo possono perseguire una strategia mirata a ottimizzare l’efficienza dei processi produttivi e ad ampliare la gamma di prodotti/servizi offerti.

Per quanto riguarda l’ottimizzazione dei processi, risulta fondamentale investire nella digitalizzazione attraverso l’implementazione di sistemi ERP avanzati, nell’automazione di alcune fasi lavorative mediante robotica e nella riorganizzazione degli spazi produttivi secondo i dettami dell’Industria 4.0.

L’ampliamento della proposta commerciale, invece, può concretizzarsi attraverso la diversificazione in nuovi settori merceologici, mirando a soddisfare bisogni prima insoddisfatti; lo sviluppo di linee complementari all’offerta principale; il lancio di nuovi formati di prodotto più eco friendly e rispettosi dei principi di responsabilità sociale d’impresa.

Un altro strumento utile per aumentare la quota di mercato è la penetrazione commerciale su territori ancora vergini, attraverso l’apertura di nuovi punti vendita o accordi con rivenditori esteri volti all’internazionalizzazione. Con investimenti strategici su questi driver, molte imprese hanno ampliato con successo il proprio business nel tempo.

È importante valutare con attenzione la sostenibilità economico-finanziaria di questo tipo di investimenti valutandone con precisione costi, tempistiche di ritorno e impatto sul conto economico. Gli aiuti del PNRR potranno consentire alle imprese di accedere a finanziamenti agevolati per progetti di digitalizzazione, ammodernamento impianti e transizione digitale. La consulenza di figure esperte come temporary manager e business coach può supportare la governance di questi delicati processi di trasformazione aziendale.