Fondo transizione industriale: cos’è, come funziona e quali sono i requisiti di ammissione

Il Fondo transizione industriale rappresenta uno strumento fondamentale per supportare i processi di ammodernamento e sostenibilità del tessuto produttivo italiano. Gestito dal Ministero dello Sviluppo Economico, il Fondo mette a disposizione delle imprese manifatturiere risorse economiche rilevanti per intraprendere quei cospicui investimenti pluriennali necessari a ridisegnare i modelli produttivi in un’ottica di eco-compatibilità.

Parliamo di progetti altamente innovativi e complessi dal punto di vista tecnologico-industriale, finalizzati a innalzare gli standard di efficienza energetica, adottare soluzioni per l’economia circolare, utilizzare nuovi materiali ecocompatibili, ridurre le emissioni inquinanti. Interventi strutturali di questa portata richiedono ingenti capitali che poche imprese potrebbero sostenere con mezzi propri.

Il Fondo per la transizione industriale si rivela dunque uno strumento imprescindibile per agevolare concretamente la sostenibilità del settore manifatturiero nazionale, fornendo un adeguato supporto finanziario sia nella forma di finanziamenti a tasso agevolato che sotto forma di contributi a fondo perduto. Ciò consente alle aziende industriali di affrontare con maggiori risorse e tempistiche più efficienti la duplice sfida della riconversione ecologica dei processi e del rilancio competitivo sui mercati internazionali.

Fondo transizione industriale: cos’è, obiettivi generali e le finalità

Il Fondo per la transizione industriale è uno strumento gestito dal Ministero dello Sviluppo Economico al fine di promuovere e supportare i processi di ristrutturazione e riconversione del tessuto produttivo manifatturiero nazionale verso un modello di sviluppo economico più sostenibile ed eco-compatibile.

Istituito in attuazione dell’articolo 37-decies del decreto-legge n.34/2020, il Fondo consente il finanziamento agevolato di ingenti investimenti pluriennali delle imprese volti alla transizione del proprio apparato industriale verso tecnologie e modelli produttivi a minor impatto ambientale, in un’ottica di economia circolare.

Gli obiettivi perseguiti sono principalmente l’aumento dell’efficienza energetica dei processi, la riduzione dell’impronta carbonica, il riutilizzo e riciclo intelligente delle risorse, la sostituzione dei cicli produttivi più vetusti e inquinanti con nuove soluzioni green based. Ciò al fine di accelerare la riconfigurazione dell’industria manifatturiera italiana secondo parametri di eco-sostenibilità e compatibilità ambientale.

Fondo transizione industriale

Fondo per la transizione industriale: modalità di accesso e requisiti

Per poter accedere alle risorse del Fondo transizione industriale, le imprese devono presentare dei progetti di investimento che rispettino alcuni requisiti chiave:

  1. Gli investimenti proposti devono riguardare la riconversione dei processi produttivi verso soluzioni a minor impatto ambientale, nel rispetto dei criteri di economia circolare.
  2. L’investimento complessivo ammissibile non può essere inferiore a 30 milioni di euro e deve essere realizzato entro 18 mesi dalla data di concessione del finanziamento.
  3. Le imprese devono avere sede legale in Italia, almeno 250 dipendenti e un fatturato annuo superiore a 50 milioni di euro.
  4. Le agevolazioni prevedono un mix di finanziamenti a tasso agevolato e contributi a fondo perduto. Tutti devono essere in misura compatibile con le norme UE sugli aiuti di stato.
  5. È necessario presentare una dettagliata relazione illustrativa del progetto e dei suoi impatti in termini di sostenibilità.
  6. Sono valutati positivamente gli investimenti in sinergia con attività di R&S e con altre imprese del territorio.

Fondo per il sostegno alla transizione industriale: Modalità di accesso e requisiti

Il Fondo per la transizione industriale mette a disposizione delle imprese due distinte tipologie di agevolazioni: finanziamenti a tasso agevolato e contributi a fondo perduto. I finanziamenti prevedono la concessione di prestiti, da parte di banche e intermediari finanziari accreditati, per una quota fino al 50% dell’investimento ammissibile. Questi sono da restituire in un arco di tempo massimo di 15 anni. I contributi a fondo perduto sono invece erogati direttamente dallo Stato. Servono a coprire fino al 25% dell’investimento, in conformità alla normativa europea sugli aiuti di Stato. Sono ammissibili le spese relative a impianti, macchinari e attrezzature, programmi informatici, opere murarie e impiantistiche, investimenti immateriali, attività di R&S.

La procedura prevede la presentazione di una dettagliata relazione di progetto, documentazione contabile societaria e certificazioni attestanti il rispetto dei requisiti dimensionali. L’accesso è garantito a imprese di capitali con unità produttiva nazionale. Queste devono avere un organico medio dei 250 dipendenti e fatturato annuo superiore a 50 milioni di euro negli ultimi due esercizi.

Incentivi imprese: cosa sono, quali sono e come sfruttarli

Gli incentivi imprese rappresentano uno strumento importante messo a disposizione dallo Stato e dagli enti pubblici per sostenere il tessuto produttivo e imprenditoriale italiano. Oggi l’ecosistema delle agevolazioni si presenta particolarmente articolato e differenziato, nel tentativo di supportare al meglio i diversi settori e realtà aziendali.

Accanto alle misure trasversali, che mirano ad agevolare soprattutto gli investimenti in innovazione, ricerca e sviluppo, internazionalizzazione e tutela ambientale, sono presenti numerose iniziative “su misura” per singoli comparti. Ad esempio, per la manifattura e le PMI operanti nel made in Italy ci sono fondi dedicati, così come per il comparto turistico-alberghiero sono attive linee di finanziamento per ammodernamento delle strutture e ampliamento dei servizi.

Anche grazie al contributo delle risorse europee del PNRR, gli strumenti a sostegno delle imprese si fanno oggi più consistenti, coprendo una quota sempre maggiore delle spese per investimenti innovativi e di rilancio dell’economia. Rimangono tuttavia ancora ampi margini di miglioramento per semplificare l’accesso di piccole e medie realtà a queste opportunità, che potrebbero accrescere competitività e sviluppo del nostro sistema produttivo sui mercati.

Incentivi imprese: cosa sono

Gli incentivi per le imprese rappresentano una serie articolata di agevolazioni, sotto forma di contributi a fondo perduto, finanziamenti agevolati o sgravi fiscali e contributivi, che lo Stato e altri enti pubblici mettono a disposizione delle aziende al fine di promuovere e sostenere determinate politiche di sviluppo economico-produttivo.

Nello specifico, i contributi a fondo perduto consistono in erogazioni a titolo gratuito destinate a coprire in via diretta una quota delle spese ammissibili sostenute dall’impresa per particolari progetti. I finanziamenti agevolati consentono invece l’accesso a prestiti bancari a condizioni migliorative rispetto a quelle di mercato. Gli incentivi fiscali assumono invece la forma di sgravi su tasse e imposte quali l’IRES, l’IRAP, i contributi previdenziali.

Incentivi imprese

Tramite tali strumenti, lo Stato intende perseguire primari obiettivi quali il sostegno agli investimenti in ricerca e sviluppo, il processo di internazionalizzazione delle PMI, la riconversione e riqualificazione verso la transizione ecologica, nonché il rafforzamento della capitalizzazione e patrimonializzazione d’impresa.

Proprio la molteplicità e articolazione delle agevolazioni disponibili rende necessaria un’attenta ricognizione delle misure maggiormente rispondenti alle specifiche esigenze e al progetto d’investimento di ciascuna impresa. A tal fine, è fondamentale effettuare un’analisi comparata degli strumenti in base ai settori merceologici di riferimento, alle tipologie di spesa ammesse a incentivo, alle modalità e alle percentuali di erogazione del contributo. Solo valutando attentamente tali criteri di eleggibilità è possibile individuare il giusto mix di incentivi da attivare, massimizzando così i benefici economici e finanziari derivanti dall’accesso alle agevolazioni.

Incentivi impresa: e principali agevolazioni

Esistono numerosi strumenti differenziati per settore produttivo che le imprese possono valutare per finanziare i propri programmi di sviluppo e ammodernamento. Per il manifatturiero risulta strategico il Contratto di Sviluppo, previsto dal D.L. n. 91/2017 convertito con L. n. 123/2017, che tramite Invitalia eroga fino al 50% del valore degli investimenti pluriennali legati a progetti di ricerca industriale e sviluppo sperimentale. Per l’artigianato e le PMI manifatturiere il Ministero dello Sviluppo Economico concede contributi a fondo perduto e finanziamenti agevolati tramite il Fondo 394/81, specificamente rivolto ad aumentare la sostenibilità e digitalizzazione dei processi produttivi.

Nel settore turistico-alberghiero, invece, le risorse del PNRR consentiranno alle imprese di richiedere fino al 80% di contributo su progetti di riqualificazione energetica e antisismica o ampliamento dell’offerta del proprio business.

Tali misure prevedono naturalmente l’assolvimento di precisi requisiti dimensionali, di localizzazione e coerenza degli interventi proposti con gli obiettivi economici e ambientali perseguiti. In particolare, alcuni incentivi sono riservati esclusivamente a PMI e start-up innovative, fissando soglie massime di fatturato e numero di dipendenti. È inoltre richiesta l’ubicazione della sede legale od operativa dell’impresa in determinate aree territoriali, siano esse zone economiche speciali o regioni target di politiche di coesione e sviluppo locale.

Spese di spedizione: chi le deve pagare? E come devono essere fatturate?

È vero, sul tema delle spese di spedizione applicate alle transazioni di e-commerce c’è ancora un certo grado di confusione, sia tra gli operatori del settore che tra i consumatori. Da un lato la normativa non è sempre chiarissima nel definire in modo univoco quali costi debbano essere sostenuti dal venditore e quali invece vadano addebitati al cliente.

Dall’altro anche le prassi adottate dai diversi operatori non sono pienamente uniformi, con alcuni che offrono la spedizione gratuita e altri che la fatturano separatamente. Questa incertezza risulta poco trasparente per l’acquirente, che non sempre è in grado di conoscere preventivamente a quali spese aggiuntive va incontro per ricevere il prodotto acquistato online.

È quindi auspicabile un chiarimento normativo che fissi principi comuni, indicando con chiarezza quali costi accessori siano da intendersi di pertinenza del venditore e quali invece siano legittimamente addebitabili al cliente finale. Solo maggiore trasparenza e certezza delle regole possono favorire lo sviluppo dell’e-commerce.

Spese di spedizione: Modalità di pagamento “Franco destino” e clausole di reso

Quando si effettua una transazione commerciale tramite un’attività di e-commerce con Partita IVA, è necessario definire chiaramente a quale soggetto competono le spese di spedizione.

Uno dei criteri più utilizzati è la formula del “Franco destino“, in base alla quale tutti i costi e i rischi relativi al trasporto sono a carico del venditore fino alla consegna presso il cliente. Pertanto, con questa clausola il compratore paga soltanto il prezzo del bene, mentre spese come assicurazione, imballaggio e trasporto rimangono di competenza dell’impresa con Partita IVA che commercializza tramite internet.

Altro aspetto da normare è quello della gestione di eventuali resi, indicando a quale soggetto competano gli oneri di riconsegna della merce qualora il cliente decida di restituirla. In genere, per commodity e per rispettare le norme a tutela dei consumatori, è previsto che siano a carico del venditore anche i costi di restituzione dal cliente al magazzino in caso di recesso o sostituzione di prodotti difettosi.

Spese di spedizione

È buona norma, però, che siano sempre indicati termini esatti ed esaustivi:

  1. Le clausole di reso dovrebbero sempre specificare entro quali termini il cliente può restituire la merce e se sono ammessi resi parziali;
  2. Nel caso di sconti o promozioni con spese di spedizione azzerate, vanno chiarite le condizioni per usufruirne (es. importo minimo dell’ordine);
  3. Quando si tratta di spedizioni verso l’estero è importante verificare eventuali limitazioni o costi aggiuntivi doganali da comunicare al cliente;
  4. Per i beni deperibili può prevedersi un termine massimo di giacenza in magazzino per il reso, oltre il quale non è più accettato;
  5. È buona norma indicare i tempi standard di consegna per le diverse zone e modalità di trasporto (postale, corriere), con dicitura “salvo imprevisti”.

Questi aspetti contribuiscono a rendere l’offerta più trasparente e le condizioni di acquisto definitivamente chiare al consumatore.

Costi di spedizione: obblighi fiscali e fatturazione delle spese accessorie

Quando un’azienda opera nell’ambito dell'”economia digitale“, deve prestare attenzione agli obblighi fiscali connessi alle spese di spedizione.

Qualora siano fatturate separatamente, è necessario emettere una fattura elettronica  dedicata alle sole spese accessorie di trasporto, imballaggio e simili. Tali costi dovranno essere adeguatamente documentati attraverso i corrispettivi rilasciati dal vettore.

L’IVA calcolata sul valore delle spese di consegna deve essere dedotta dall’impresa qualora ricorrano i requisiti per l’operazione intracomunitaria, come nel caso di spedizioni Cross Border verso acquirenti di altri Paesi UE. In sede di dichiarazione annuale, tutti i costi connessi al ciclo produttivo e distributivo sostenuti dall’operatore digitale potranno essere portati in detrazione, deducendo l’imposta sul valore aggiunto relativa. È quindi fondamentale garantire la piena tracciabilità fiscale di tutte le voci di spesa accessorie per non incorrere in errori o omissioni.

Reddito da lavoro autonomo: esercizio abituale ed esclusivo di attività

Il reddito da lavoro autonomo riveste un’importanza significativa nell’ambito del sistema dei redditi in Italia.

I soggetti che percepiscono redditi di questo tipo, svolgendo la propria attività in forma autonoma, costituiscono una categoria consistente dal punto di vista economico e occupazionale. Secondo i dati dell’Agenzia delle Entrate, oltre 4 milioni di Partite IVA sono riconducibili proprio a persone fisiche che esercitano lavori autonomi come liberi professionisti, artigiani, commercianti e agenti di commercio.

In termini di gettito fiscale, i redditi d’impresa e di lavoro autonomo generano ogni anno decine di miliardi di euro di imposte sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) e sul valore aggiunto (IVA). La classificazione e la corretta qualificazione di questi redditi riveste inoltre un ruolo cruciale per l’individuazione degli adempimenti contributivi previdenziali cui sono tenuti i soggetti titolari di partita IVA.

È quindi evidente come il reddito da lavoro autonomo costituisca una voce rilevante nel panorama reddituale italiano, sia per il suo impatto economico sia per gli aspetti di natura fiscale e previdenziale a esso collegati.

Reddito da lavoro autonomo: che cosa si intende per esercizio abituale ed esclusivo

Per reddito da lavoro autonomo si intende quello prodotto tramite l’esercizio continuativo di attività svolte al di fuori di un rapporto di lavoro subordinato e aventi carattere professionale. Affinché il reddito sia qualificabile come autonomo è necessario che l’attività sia esercitata in maniera abituale ed esclusiva.

Per abitualità si intende lo svolgimento dell’impresa o professione in maniera continuativa e sistematica nel corso dell’anno, senza soluzioni di continuità. Generalmente si prende a riferimento un arco temporale minimo di tre mesi.

L’esclusività, invece, implica che l’attività sia prevalente rispetto ad altre che generino reddito. La normativa vigente prevede una soglia del 70% oltre la quale si considera rispettato tale requisito. Nel caso in cui, pur essendoci continuità temporale, la prevalenza economica rispetto ad altre attività non superi tale limite, il reddito è qualificato come misto e non come autonomo a tutti gli effetti. Quindi, per reddito da lavoro autonomo si richiede che esso derivi da un’attività svolta abitualmente e prevalentemente rispetto ad altre generatrici di proventi.

Reddito da lavoro autonomo

Alcuni esempi classici di reddito da lavoro autonomo sono:

  1. Il reddito percepito dai liberi professionisti come avvocati, commercialisti, medici, ingegneri etc. che esercitano in maniera continuativa e prevalente la propria attività;
  2. Il reddito prodotto dagli artigiani, come idraulici, elettricisti, falegnami, che svolgono la propria attività in forma imprenditoriale avendo deciso di aprire una partita IVA;
  3. Il reddito dei lavoratori autonomi senza partita IVA come gli agenti di commercio, rappresentanti, gestori di servizi, che percepiscono compensi in modo continuativo nell’anno.

Questi sono alcuni tipici casi in cui si configura un reddito da lavoro autonomo in quanto derivante da un’attività abituale ed esclusiva.

Redditi da lavoro autonomo: Casistiche e principi contabili

I casi pratici sono utili per chiarire quando si è in presenza di un reddito da lavoro autonomo. Ad esempio, un libero professionista che esercita in via esclusiva la propria attività per l’intero anno solare genera un reddito autonomo.

Diverso il caso di un professionista che in alcuni mesi dell’anno supera la soglia del 30% di compensi percepiti come dipendente presso uno studio associato: il reddito, in questo caso, è qualificato come misto. Anche chi esercita saltuariamente una professione intellettuale è escluso dal regime autonomo.

Il principio contabile OIC 10 stabilisce che il reddito autonomo presuppone il rischio d’impresa e l’assenza di vincoli di subordinazione nello svolgimento dell’attività. I tributaristi evidenziano come i redditi da partecipazione, ad esempio proventi da soci di SRL, siano da qualificarsi in base alla concreta operatività nella società.

In conclusione, dalla normativa e dalla prassi discendono chiari criteri per distinguere correttamente le casistiche di reddito.

Click and collect: una strategia di vendita molto interessante!

Clicca e ritira, ovvero click and collect, è una strategia di commercio elettronico sempre più diffusa e redditizia. Consente ai clienti di ordinare prodotti online, ma ritirarli direttamente in negozio o in punti vendita, evitando così costi e tempi di spedizione. Questo sistema ibrido tra online e offline sta riscuotendo sempre maggiore successo sia tra i consumatori, che amano la comodità e immediatezza degli acquisti digitali, sia tra le aziende, che possono aumentare i propri incassi sfruttando il canale online.

I vantaggi del click and collect sono molti: da un lato migliora l’esperienza clienti e la fidelizzazione, dall’altro aumenta le vendite riducendo tempi e costi legati alle consegne a domicilio. Si tratta di una strategia furba, che permette alle imprese di diffondersi sul web senza dover affrontare gli oneri tipici di un ecommerce, come gestione logistica e spedizioni. In particolare durante la pandemia, quando i negozi fisici erano chiusi al pubblico, il click and collect ha consentito a molte attività di restare aperte eseguendo i ritiri su appuntamento, un vero e proprio “salvavita” per molte realtà commerciali.

Click and collect: cos’è         

Il click and collect, letteralmente “clicca e ritira“, è una strategia di marketing omnicanale che consente ai clienti di effettuare acquisti online e poi ritirare i prodotti presso il punto vendita fisico dell’azienda. Nel dettaglio, il cliente sceglie i prodotti desiderati sul sito web o sull’app dell’insegna commerciale, completa il proprio ordine online e sceglie “ritiro in negozio” come metodo di spedizione. Successivamente, si reca presso il negozio nella data e ora prestabilita per ritirare i prodotti.

Il click and collect permette dunque ai clienti di beneficiare della comodità degli acquisti digitali, ma di ottenere subito i prodotti, senza attese e costi di spedizione.  Anche per coloro che vogliono vendere online senza partita IVA, ad esempio tramite un e-commerce su Amazon, il click and collect è una soluzione interessante, perché semplifica la logistica grazie alla gestione del ritiro del prodotto direttamente presso il cliente.

Click and collect

Click & collect: quali vantaggi offre

L’adozione del servizio di click and collect offre numerosi vantaggi alle imprese che desiderano espandere la propria presenza online e offrire ai clienti un’esperienza d’acquisto più flessibile e conveniente. Di seguito sono elencati i principali vantaggi del click and collect per le imprese:

  1. Aumenta le vendite sfruttando il canale online, senza dover gestire le spedizioni: consente alle imprese di offrire ai clienti la possibilità di effettuare acquisti online e ritirare i prodotti direttamente presso il negozio fisico. Questo si traduce in un aumento delle vendite, poiché l’azienda può sfruttare il canale online senza dover affrontare la complessità e i costi associati alla gestione delle spedizioni.
  2. Attira nuovi clienti abituati agli acquisti digitali: è particolarmente attraente per i clienti abituati a fare acquisti online. Offrire loro la possibilità di ritirare i prodotti presso il negozio fisico rappresenta un incentivo per scegliere l’impresa rispetto alla concorrenza.
  3. Riduce i costi di spedizione e reso: Una delle principali sfide per le imprese che operano nel commercio online è rappresentata dai costi di spedizione e reso. Con questo sistema, l’azienda elimina completamente i costi di spedizione e riduce la probabilità di resi, poiché i clienti ritirano direttamente i prodotti presso il negozio fisico. Ciò si traduce in un notevole risparmio di risorse finanziarie e logistiche per l’impresa.
  4. Fornisce informazioni utili sulle preferenze dei clienti: offre un’opportunità preziosa per raccogliere informazioni sul comportamento e le preferenze dei clienti. Durante il processo di ritiro dei prodotti, l’impresa può interagire direttamente con i clienti, ottenendo feedback e informazioni utili per migliorare i propri prodotti e servizi.
  5. Migliora l’esperienza d’acquisto, facendo sentire il cliente al centro dell’attenzione: Il click and collect offre un’esperienza d’acquisto più comoda e flessibile per i clienti. Questo servizio permette loro di selezionare e acquistare i prodotti online, riservandoli per il ritiro presso il negozio fisico in un momento che sia loro più conveniente. In questo modo, l’impresa fa sentire il cliente al centro dell’attenzione, offrendo un servizio personalizzato che si adatta alle loro esigenze.
  6. È un sistema flessibile e integrato con il negozio fisico: rappresenta un sistema flessibile che consente alle imprese di integrare il canale online con il negozio fisico. Questo approccio ibrido offre numerosi vantaggi, poiché l’azienda può sfruttare sia la presenza fisica che il canale online per raggiungere un pubblico più ampio e soddisfare le diverse preferenze dei clienti. Inoltre, il click and collect può essere implementato in modo modulare, consentendo alle imprese di adattarsi alle proprie risorse e alle capacità operative esistenti.

Quindi, il click and collect rappresenta un’opportunità vantaggiosa per le imprese che desiderano ampliare la propria presenza online e offrire ai clienti un’esperienza d’acquisto migliorata. Questo servizio consente di aumentare le vendite, attrarre nuovi clienti, ridurre i costi di spedizione e reso, raccogliere informazioni utili sui clienti, migliorare l’esperienza d’acquisto e integrare il canale online con il negozio fisico.

Flussi finanziari: quali sono, a cosa servono e come equilibrarli

I flussi finanziari rappresentano la componente di liquidità di un’impresa, cioè la capacità di gestire le proprie risorse monetarie nel breve periodo. Una corretta gestione dei flussi finanziari è fondamentale per la sostenibilità e la crescita di un’azienda. Le entrate finanziarie principali di un’impresa sono i ricavi delle vendite dei suoi prodotti e servizi, mentre le uscite finanziarie riguardano costi operativi, investimenti, pagamenti di debiti e altre spese. Il bilancio dell’impresa deve essere sempre in equilibrio tra entrate e uscite.

Una buona gestione dei flussi finanziari prevede:

  1. Il monitoraggio costante di entrate e uscite, anche attraverso report periodici.
  2. La pianificazione finanziaria, ad esempio con budget annuali.
  3. La capacità di ottimizzare l’uso della liquidità, ad esempio riducendo i tempi di incasso e pagamento.

Perché i flussi finanziari sono così importanti? Perché permettono all’azienda di:

  1. Onorare i propri impegni di pagamento verso fornitori, dipendenti, banche, fisco.
  2. Avere la liquidità necessaria per finanziare le attività in essere e i programmi di sviluppo.
  3. Massimizzare la creazione di valore per gli azionisti.

Quindi, una corretta gestione dei flussi finanziari è fondamentale per la solidità, la crescita e la competitività di un’impresa.

Flussi finanziari: cosa sono e perché sono così importanti

Il flusso finanziario all’interno di un’impresa rappresenta l’insieme dei movimenti di denaro che entrano ed escono dall’azienda nel corso delle sue attività. Questi movimenti finanziari riguardano sia le entrate che le uscite di denaro, inclusi i pagamenti da parte dei clienti, i costi operativi, gli investimenti, i prestiti e altre transazioni finanziarie. La gestione efficace del flusso finanziario è di fondamentale importanza per il successo e la sostenibilità di un’impresa. Monitorare attentamente le entrate e le uscite di denaro consente all’azienda di mantenere un equilibrio finanziario sano e di prendere decisioni informate per il futuro.

Uno degli aspetti cruciali del flusso finanziario è la capacità di sostenere le spese correnti dell’impresa. Senza una gestione adeguata del denaro che entra e che esce, un’azienda può trovarsi in difficoltà nel pagare fornitori, dipendenti e altre obbligazioni finanziarie. Il flusso finanziario permette di identificare eventuali squilibri tra entrate e uscite, consentendo all’impresa di adottare misure correttive tempestive, come la riduzione dei costi o l’aumento delle entrate, per garantire la continuità operativa.

Flussi finanziari

Inoltre, il flusso finanziario è un elemento chiave nella pianificazione e nella gestione delle attività future dell’impresa. Una corretta pianificazione finanziaria richiede una valutazione accurata delle entrate e delle uscite previste, consentendo all’impresa di stabilire obiettivi finanziari realistici e di adottare strategie adeguate a raggiungerli. Questo può includere decisioni di investimento, di finanziamento o di gestione delle risorse finanziarie disponibili.

Un flusso finanziario ben gestito offre anche benefici come una migliore capacità di fare impresa. Quando un’azienda ha una visione chiara delle proprie risorse finanziarie e delle sue esigenze di liquidità, è più in grado di cogliere opportunità di crescita e di fare investimenti strategici. Un flusso finanziario stabile e prevedibile offre la flessibilità necessaria per affrontare situazioni impreviste o per cogliere vantaggio da circostanze favorevoli sul mercato. Infine, il flusso finanziario è importante anche per garantire la conformità alle normative fiscali e legali. Tenere traccia accurata di tutte le transazioni finanziarie consente all’impresa di adempiere ai suoi obblighi fiscali e di presentare le dichiarazioni finanziarie richieste in modo corretto e tempestivo.

Flusso finanziario: come equilibrarlo tra entrate e uscite

Per equilibrare i flussi finanziari è fondamentale monitorare attentamente tutte le entrate mensili (stipendio, rendite, ecc…) e tutte le uscite ricorrenti (mutuo, bollette, rate, spesa, ecc…). Solo identificando con precisione tutte le voci di entrata e uscita è possibile trovare modi per ottimizzare ed equilibrare la propria situazione finanziaria.

Una volta effettuato il monitoraggio, l’elemento chiave è ridurre le spese superflue, cercando di risparmiare su alcune voci di spesa, come ad esempio diminuendo gli acquisti non essenziali, riducendo i consumi energetici, ecc… In parallelo, è opportuno valutare come aumentare le entrate, ad esempio aprire una partita IVA e svolgere un’attività secondaria e parallela a quella dell’impresa principale.

Non da ultimo, la corretta pianificazione mediante la redazione di un budget mensile dettagliato permette di avere maggior consapevolezza di quanto e come si spende, identificare chiaramente le priorità e i propri obiettivi finanziari, che possono essere il risparmio per spese future, l’estinzione di prestiti, ecc… Questo consente di operare le scelte più appropriate per riequilibrare i flussi in entrata e uscita.

Monitoraggio e analisi accurata delle finanze, taglio delle spese superflue e della cattiva abitudine al consumismo, aumento delle fonti di reddito e pianificazione tramite budget: questi i punti chiave per equilibrare i flussi finanziari.

Finanza sostenibile: uno sviluppo alla portata di tutti

La finanza sostenibile si riferisce a tutte quelle pratiche di investimento e gestione finanziaria che tengono in considerazione non solo il ritorno economico ma anche gli impatti ambientali e sociali. Essa quindi orienta i capitali verso attività sostenibili, in grado di generare valore condiviso per tutti gli stakeholder.

La diffusione della finanza sostenibile è sostenuta da diversi fattori:

  1. L’aumento della consapevolezza globale su temi come cambiamenti climatici, diseguaglianze sociali ed economia circolare sta spingendo un numero crescente di investitori a considerare i criteri ESG.
  2. La disponibilità di fondi dedicati: stanno nascendo sempre più fondi comuni, obbligazioni e prodotti finanziari sostenibili, alimentati dagli stessi risparmiatori.
  3. Le strategie adottate dalle istituzioni: sia l’UE che i singoli governi stanno incentivando forme di finanza sostenibile, ad esempio legando gli stimoli post-Covid a obiettivi ambientali e sociali.
  4. La pressione dal basso: consumatori, comunità locali e società civile chiedono sempre più alle imprese di dimostrare una responsabilità sociale e ambientale.
  5. Gli incentivi fiscali: in molti paesi sono introdotti sgravi fiscali per investimenti orientati alla sostenibilità.

Complice la maggiore consapevolezza sui rischi sistemici, la finanza sostenibile sta passando da niche a mainstream, diventando una componente sempre più rilevante del sistema economico e finanziario globale.

Finanza sostenibile cos’è e quali sono i principi fondamentali

La finanza sostenibile orienta i capitali verso uno sviluppo rispettoso dell’ambiente e delle persone. Il concetto di finanza sostenibile si riferisce a quell’insieme di pratiche e investimenti finanziari che mirano a generare benefici sociali e ambientali, oltre che un ritorno economico.

I principi cardine sono tre: integrare nei processi decisionali e di allocazione delle risorse criteri ambientali, sociali e di buona governance (ESG); orientare i capitali verso attività sostenibili, in grado di coniugare crescita economica e sviluppo sostenibile; adottare un approccio a lungo termine, che tenga conto degli impatti nel tempo delle scelte di investimento.

La finanza sostenibile si applica a tutte le forme di investimentodebito, equity, progetti – e può abbracciare diversi settori: dalle energie rinnovabili al social housing, dalla mobilità sostenibile all’agricoltura biologica.

Molti fondi di finanza agevolata hanno l’obiettivo esplicito di promuovere la transizione verso un modello economico più sostenibile. Con la finanza sostenibile gli investitori diventano promotori di uno sviluppo equilibrato e durevole nel tempo, in grado di coniugare efficacemente le dimensioni economica, sociale e ambientale.

finanza sostenibile

Finanza sostenibile: quanto e perché è importante

La finanza sostenibile è importante per varie ragioni:

  1. Riduce i rischi sistemici a lungo termine. Orientando i capitali verso attività a basso impatto ambientale e ad alta sostenibilità sociale, si riducono i rischi legati a fenomeni come il cambiamento climatico e la scarsità di risorse, salvaguardando la stabilità del sistema economico nel lungo periodo.
  2. Genera valore condiviso. Gli investimenti sostenibili sono in grado di generare ritorni economici per gli investitori ma al contempo produrre impatti positivi per la società e l’ambiente, creando un valore condiviso.
  3. Sostiene uno sviluppo inclusivo. Incanalando capitali verso imprese, progetti e settori che generano occupazione di qualità e inclusione sociale, la finanza sostenibile stimola una crescita equa ed estesa.
  4. Migliora il benessere delle comunità. Gli investimenti sostenibili in sanità, istruzione, mobilità e altri settori di interesse collettivo, producono impatti significativi sulla qualità di vita delle persone e sul tessuto sociale.
  5. Favorisce l’innovazione. L’orientamento verso progetti sostenibili stimola lo sviluppo di tecnologie e modelli operativi innovativi, capaci di coniugare efficacia ed efficienza.

Quindi, la finanza sostenibile ha impatti positivi trasversali, riguardanti tutti gli stakeholder: da chi investe a chi riceve gli investimenti, fino alla società e all’ambiente. Per questo è uno strumento così importante ed efficace.

Sgravi contributivi: cosa sono e come possono aiutare le aziende italiane

Gli sgravi contributivi sono uno strumento importante per supportare le aziende italiane, alle prese con un costo del lavoro troppo elevato e una pressione fiscale tra le più alte d’Europa. I numeri dimostrano in modo chiaro l’impatto positivo di queste agevolazioni. Secondo uno studio di Confindustria, gli sgravi contributivi valgono in media 4.500 euro l’anno per dipendente. Per le aziende questo si traduce in risparmi tra il 5% e il 15% sul monte salari annuo, a seconda del settore e delle dimensioni.

Uno studio ISTAT mostra poi che le aziende che usufruiscono di sgravi contributivi hanno una produttività del lavoro mediamente superiore fino al 20% rispetto a quelle “ordinarie”, grazie alle maggiori assunzioni, formazione e investimenti resi possibili dalle agevolazioni. In base ai dati Unioncamere, nel 2021 le imprese italiane hanno beneficiato complessivamente di sgravi contributivi per un valore di oltre 12 miliardi di euro. Una cifra in costante crescita negli ultimi anni.

Questi numeri dimostrano chiaramente come gli sgravi contributivi siano in grado di alleggerire sensibilmente i costi del lavoro per le aziende, migliorandone la redditività e la produttività e quindi la competitività sul mercato. Naturalmente è necessario che le agevolazioni fiscali siano ben modulate ed evitino sprechi o abusi, favorendo le giuste condizioni per un miglioramento strutturale delle imprese. Ma quando ben calibrate, come dimostrano i dati, possono dare risultati concreti a supporto del tessuto produttivo e occupazionale italiano.

Sgravi contributivi

Sgravi contributivi: che cosa sono

Gli sgravi contributivi sono agevolazioni fiscali introdotte dallo Stato che consentono alle aziende di beneficiare della riduzione o dell’esonero, totale o parziale, dei contributi previdenziali dovuti per i propri dipendenti. In pratica, le imprese pagano un ammontare ridotto di contributi all’INPS su determinate tipologie di lavoratori o in presenza di specifiche condizioni.

Gli sgravi contributivi mirano a ridurre il costo del lavoro per le aziende e a incentivare determinate condotte, come le assunzioni stabili, gli investimenti in formazione o lo sviluppo di settori strategici. Queste agevolazioni possono essere concesse in via definitiva o transitoria, per un determinato periodo di tempo. Spesso sono riviste e aggiornate nella legge di bilancio annuale, in base alle priorità e agli obiettivi del Governo.

La legge di bilancio, ad esempio, potrebbe confermare e prorogare molti sgravi attualmente in vigore, ma anche introdurne di nuovi per far fronte alla difficile congiuntura economica. In ogni caso gli sgravi contributivi rappresentano uno strumento utile per agevolare le imprese, soprattutto PMI e settori in difficoltà, riducendo il carico fiscale sul costo del lavoro.

Sgravio contributivo: quali sono e come possono aiutare concretamente le imprese

Gli sgravi contributivi possono aiutare concretamente le imprese italiane grazie a diversi meccanismi:

  1. Riducendo il cuneo fiscale e i costi del lavoro: la riduzione dei contributi pagati dalle aziende si traduce in minori spese, a vantaggio della redditività e della competitività.
  2. Incentivando le assunzioni stabili e la formazione: gli sgravi per le assunzioni a tempo indeterminato e gli investimenti in formazione spingono le imprese ad adottare queste pratiche virtuose, a beneficio della produttività.
  3. Supportando lo sviluppo di determinati ambiti produttivi: l’esenzione o la riduzione dei contributi in alcuni settori strategici vuole stimolare la crescita di quelle filiere.
  4. Favorendo la crescita e la competitività, soprattutto delle PMI: le piccole e medie imprese, che difficilmente riescono a ottimizzare la propria pianificazione fiscale, traggono maggiori benefici dagli sgravi contributivi.

In sintesi, gli sgravi possono abbassare il costo del lavoro e incentivare pratiche aziendali utili alla crescita, migliorando redditività, produttività e competitività delle imprese specie PMI. Sono però necessarie politiche strutturali per favorire la giusta pianificazione fiscale e rendere gli sgravi contributivi davvero efficaci nel lungo termine.

Patent box: cos’è e come funziona il regime opzionale

Il regime Patent Box si sta diffondendo sempre di più tra le imprese italiane che investono in innovazione e ricerca, grazie alla possibilità di abbattere in modo significativo il carico fiscale sui redditi generati da software, brevetti, marchi e disegni industriali. Questa crescente popolarità è confermata dai dati. Secondo un’analisi dell’Osservatorio sulla fiscalità di confronti internazionali, il numero di imprese che hanno beneficiato del Patent box è più che raddoppiato negli ultimi quattro anni, passando da 549 nel 2016 a 1.232 nel 2019.

In termini di gettito fiscale, l’agevolazione ha comportato minori entrate per l’erario di circa 330 milioni di euro nel 2019, più del doppio rispetto ai 150 milioni del 2016. La diffusione è trasversale, con PMI innovative e grandi gruppi che ricorrono sempre di più al Patent box. Ma i maggiori beneficiari sono le imprese dei settori ad alta intensità di ricerca e innovazione, come farmaceutico, chimico, meccanico, automobilistico ed elettronico.

Questi dati confermano come il regime Patent box stia diventando una misura strutturale apprezzata dalle imprese più dinamiche, che compensa almeno in parte gli alti costi sostenuti per ricerca e sviluppo. Tuttavia la sua effettiva diffusione è ancora inferiore rispetto ad altri paesi europei. Per questo il governo italiano sta valutando ulteriori interventi per semplificare l’accesso al Patent box, soprattutto per le PMI.

Patent box cos’è

Il regime Patent box, anche definito “patrimoniale“, è un regime opzionale previsto nell’ordinamento fiscale italiano che permette alle imprese di tassare i redditi derivanti dall’utilizzo di software protetto da copyright e di beni immateriali tutelati da brevetti, marchi d’impresa e disegni e modelli industriali. Questi redditi sono assoggettati a un’aliquota agevolata pari al 15%, anziché alla normale aliquota IRES/IRPEF che può arrivare fino al 24%.

In questo modo il Patent box consente un risparmio fiscale importante sui redditi connessi a beni immateriali, generati soprattutto da attività di ricerca e sviluppo. Il regime Patent box, come regime opzionale OSS, è facoltativo: spetta alle imprese decidere se aderirvi o meno, presentando un’apposita dichiarazione.

Per fruire dell’agevolazione è necessario però determinare la “base imponibile agevolata”, ossia la parte dei ricavi effettivamente riconducibile all’utilizzo di beni immateriali tutelati. Questo richiede un’attività documentale accurata e costi di adempimento amministrativo che vanno ponderati assieme al risparmio fiscale ottenibile.

Patent box

Patent box: a chi si applica e come funziona

Il regime Patent box si applica alle imprese residenti in Italia che sostengono spese per ricerca e sviluppo volte alla creazione di software protetto da copyright e beni immateriali tutelati da brevetti, marchi e disegni industriali. Non sono previsti limiti dimensionali o settoriali, quindi il regime Patent box può essere fruito sia da PMI innovative che da grandi imprese e in tutti i settori industriali e dei servizi.

Il regime funziona attraverso la determinazione di una “base imponibile agevolata“, che rappresenta la parte dei ricavi dell’impresa effettivamente riconducibile all’utilizzo economico di beni immateriali tutelati. Su questa base imponibile è poi applicata un’aliquota IRES/IRAP ridotta al 15%, anziché quella ordinaria. Questo meccanismo consente di ottenere un notevole risparmio fiscale sui redditi legati allo sviluppo e sfruttamento industriale e commerciale di tecnologie e asset immateriali.

Inizialmente il regime prevedeva una procedura di calcolo della base imponibile agevolata molto complessa. Successivamente sono state introdotte alcune semplificazioni, tra cui un regime semplificato, per agevolare l’accesso soprattutto alle PMI. Tuttavia la procedura rimane mediamente onerosa. Per questo spetta alle imprese valutare con attenzione se il risparmio fiscale ottenibile giustifica gli adempimenti richiesti per il regime.

Patent box 2023: vantaggi e limiti

I vantaggi principali del regime Patent box consistono nel notevole risparmio fiscale che è possibile ottenere tassando i redditi derivanti da beni immateriali con un’aliquota pari al 15%, anziché quella del regime ordinario che è molto più alta, arrivando anche al 24%.

Questo risparmio fiscale può tradursi in maggiori risorse per reinvestire nello sviluppo di nuove tecnologie e prodotti basati proprio sulla proprietà intellettuale tutelata. Tuttavia per accedere al regime è necessario determinare la “base imponibile agevolata”, vale a dire la parte dei ricavi effettivamente correlabili all’utilizzo di beni immateriali tutelati. Questo richiede un’attività documentale complessa, che comporta costi di gestione e adempimenti burocratici non trascurabili.

Bisogna infatti tracciare, analizzare e documentare in modo puntuale i ricavi connessi a brevetti, software, marchi e disegni industriali, discriminandoli da quelli delle attività ordinarie. Questi oneri amministrativi sotto forma di consulenze, certificazioni, analisi interne rappresentano un vero e proprio limite del regime Patent box, che le imprese devono ponderare attentamente confrontandoli coi potenziali risparmi fiscali.

Non a caso anche le semplificazioni introdotte hanno lasciato il regime complessivamente più complesso del regime ordinario. Sta quindi alle singole imprese valutare se l’accesso al Patent box si giustifica dati gli oneri richiesti.

Social selling: ecco cosa occorre per trovare nuovi clienti

Il social selling è la pratica di sfruttare i social media e le community online per trovare e interagire con potenziali clienti, sviluppando e chiudendo nuovi affari. Rappresenta un modello di business basato sull’economia digitale e sui social network.

Secondo una ricerca di Salesforce, gli acquirenti consultano fino a 10 fonti online prima di contattare un fornitore, e il 91% considera i social media come fonte di informazioni rilevanti. LinkedIn, il principale social network professionale con 774 milioni di utenti in tutto il mondo, è il canale privilegiato dai vendor: il 73% delle aziende ricorre a LinkedIn per attività di social selling.

Il 70% dei buyer oggi inizia il proprio processo decisionale d’acquisto attraverso i social media, secondo una ricerca Social Selling di Minneapolis. Le aziende che utilizzano il social selling hanno il 91% di possibilità in più di chiudere con successo una trattativa rispetto a chi non lo usa.

Social selling: costruire la propria reputazione online e Diventare parte delle conversazioni rilevanti

Avere profili completi e aggiornati sui principali social network professionali, come LinkedIn, è il primo passo per farsi trovare online da potenziali clienti. Oltre ai dati anagrafici e professionali standard, è importante aggiungere una foto professionale, una descrizione chiara del proprio ruolo e competenze, nonché tutte le esperienze lavorative pregresse. Tenere aggiornate queste informazioni nel tempo è altrettanto importante.

Condividere regolarmente contenuti di valore legati alla propria area di competenza è un ottimo modo per aumentare la propria visibilità e reputazione online. Si possono pubblicare analisi, statistiche, approfondimenti utili per il proprio target di riferimento. L’importante è focalizzarsi sul valore che tali contenuti portano agli utenti, più che su sé stessi.

Rispondere tempestivamente e in modo pertinente alle domande e alle richieste ricevute sui social mostra esperienza e disponibilità, aumentando la fiducia nei potenziali clienti. Le risposte dovrebbero essere il più possibile complete e approfondite, facendo riferimento anche alla propria esperienza.

Social selling

Diventare parte delle conversazioni rilevanti

Individuare i gruppi e le community online legati al proprio settore è cruciale per entrare in contatto con potenziali clienti e condividerne gli interessi. I gruppi su LinkedIn, le community di settore su Facebook o le board di discussione possono essere un ottimo punto di partenza.

Partecipare attivamente a tali conversazioni con interventi pertinenti, tempestivi e di valore è il modo migliore per farsi notare come esperti. È importante commentare e condividere i contenuti degli altri membri, aggiungendo sempre il proprio punto di vista autorevole e mostrando di apprezzare idee e contributi altrui.

Creando e promuovendo propri contenuti originali e interessanti è possibile guadagnare visibilità come autorità di settore, aumentando le probabilità di entrare in contatto con i clienti ideali. Bisogna però focalizzarsi sempre sul reale valore apportato agli utenti della community, più che su sé stessi.

Social Selling Index: Stabilire contatti personali

Individuare i potenziali clienti più interessati nei social network è il primo passo per avviare i contatti giusti. Ciò implica monitorare continuamente i propri canali e le community di riferimento, identificando account interessati che condividono contenuti rilevanti, post ecc…

Inviare loro delle richieste di connessione personalizzate è un ottimo modo per attirare la loro attenzione. Nella richiesta è bene specificare brevemente da dove li si è trovati e perché potrebbe essere utile una connessione, facendo riferimento ad argomenti di interesse comune.

Una volta accettata la richiesta, interagire regolarmente con i contatti mostrando un autentico interesse verso di loro, può consolidare la relazione. Ciò può avvenire condividendo e commentando i loro post, rispondendo alle loro domande, mettendo “mi piace” ai loro contenuti. L’obiettivo è dimostrarli che si è interessati ad approfondire la conoscenza, prima ancora di parlare di business. Solo in un secondo momento, passando gradualmente da un rapporto informativo a uno più propositivo, si può iniziare a introdurre soluzioni e offerte potenzialmente interessanti per quei contatti. Naturalmente questo passaggio deve avvenire nel momento e nel modo giusto, quando si è costruita una base di fiducia e familiarità sufficiente.

È importante partire da una genuina volontà di conoscere e interagire con i potenziali clienti prima di passare a una fase propositiva, in modo da stabilite relazioni più autentiche e durature nel tempo.